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venerdì 25 maggio 2012
Infezioni da Legionella
Pubblicato da daniFamiglia delle legionellaceae, genere legionella. Le specie di L. pneumophila includono almeno 14 sierogruppi; i sierogruppi 1,4 e 6 sono frequentemente implicati nelle infezioni umane.
Sono bacilli Gram negativi aerobi
L’ambiente naturale per L. pneumophila è l’acqua, inclusi i laghi e i corsi d’acqua, serbatoi d’acqua costruiti dall’uomo (es. sistemi di distribuzione dell’acqua, impianti di condizionamento).
Fattori che possono facilitare la colonizzazione e la moltiplicazione delle legionelle includono le temperature elevate (25-42°C), la stagnazione, la presenza di depositi e di sedimenti.
Le modalità di trasmissione di Legionella all’uomo sono varie: aerosol, aspirazione (bere acqua contaminata) e instillazione diretta durante manovre invasive.
Prevenzione : disinfezione delle riserve idriche (surriscaldamento, ionizzazione con rame-argento).
Clinica:
- Febbre di Pontiac
Si tratta di una malattia acuta, a risoluzione spontanea, simil-influenzale, con periodo di incubazione di 24-48 ore.
Febbre, malessere generale, cefalea, astenia, e mialgie sono i sintomi più frequenti. Altri sintomi includono tosse, nausea, dolori addominali, diarrea, artralgie.
Una guarigione completa si realizza nel giro di pochi giorni senza alcuna terapia antibiotica.
- Malattia (polmonite) dei legionari
Periodo di incubazione di 2-10 giorni.
I sintomi e i segni clinici possono variare da una tosse moderata con febbre non elevata a uno stato stuporoso con infiltrati polmonari diffusi e scompenso a carico di più organi.
Sintomi non specifici come febbre, malessere, astenia, anoressia e cefalea sono rilevabili nelle fasi precoci di malattia.
Sintomi a carico dell’apparato gastrointestinale sono spesso evidenti : dolori addominali, nausea, vomito, diarrea
Diagnosi
- Esame microscopico diretto con colorazione di Gram
- Test di immunofluorescenza diretta
- Coltura
- Ricerca degli anticorpi : sieri prelevati sia in fase acuta che in convalescenza; un incremento del titolo di 4 volte è ritenuto diagnostico
- Ricerca di antigeni : saggio per la ricerca dell’antigene solubile di Legionella nelle urine
- PCR.
domenica 20 maggio 2012
Infezioni da Coronavirus e SARS
Pubblicato da daniE’ stato calcolato che 2/3 dei casi di malattie respiratorie acute sono causate da virus.
Più di 200 virus antigenicamente distinti fra di loro e appartenenti a 9 diversi generi sono stati segnalati come responsabili. La quota maggiore si registra nei bambini fino a 6 anni.
La morbilità secondaria a queste infezioni è causa della perdita del 30-50% del tempo lavorativo degli adulti e del 60-80% del tempo scolastico dei bambini.
Le malattie causate dai virus respiratori sono suddivise in numerose sindromi, quali il “raffreddore comune”, la faringite,, la laringo-tracheobronchite o “croup”, la tracheite, la bronchite, la bronchiolite e la polmonite.
I coronavirus sono virus a singolo filamento di RNA. Sono causa di infezioni a carico dell’uomo appartengono ai gruppi 1, 2. Il gruppo 3 non causa infezioni nell’uomo.
Il coronavirus associato alla SARS (SARS-CoV) sembra appartenere a un nuovo e distinto gruppo. A tutt’oggi, i ceppi di SARS-CoV che sono stati completamente sequenziati mostrano solo minime variazioni.
L’epidemia della malattia associata a coronavirus, nota come SARS, è apparentemente iniziata nella provincia cinese del Guangdong nel novembre 2002 e sembra essersi originata dal contatto tra uomo e animali semidomestici quali lo zibetto e il procione.
Tali animali sono commercializzati come prelibatezze in tali aree e ospitano coronavirus affini al SARS-CoV.
Tra il 16 novembre 2002 w il 28 febbraio 2003, sono stati notificati in Guangdong 792 casi di probabile SARS. Un medico di Guangdong recatosi a Hong Kong per far visita ai familiari 5 giorni dopo l’insorgenza della patologia è stato identificato come colui che ha introdotto l’infezione a Hong Kong.
Quasi contemporaneamente venivano segnalati casi a Singapore, in Thailandia, in Vietnam e a Toronto, inizialmente in viaggiatori provenienti da Hong Kong o da Guangdong.
In conclusione, 8.422 casi sono stati identificati dall’OMS in 28 Paesi di Asia, Europa e Nord America, sebbene circa il 90% di essi si siano comunque verificati in Cina e a Hong Kong.
Il tasso di letalità è stato variabile nell’ambito del fenomeno epidemico, con un valore medio intorno all’11%.
I meccanismi di trasmissione della SARS non sono completamente noti.
Alcune casistiche suggeriscono che la diffusione possa verificarsi per aerosol dia di piccole sia di grosse particelle e forse anche per via fecale-orale.
La patogenesi della SARS è quella di una malattia sistemica con infezione delle cellule del tratto respiratorio, ma con virus identificabile anche nel sangue, nelle urine e nelle feci (fino a 2 mesi).
Il virus persiste nel tratto respiratorio per 2-3 settimane, con concentrazione massima a circa 10 giorni dall’esordio dei sintomi sistemici.
Dopo un periodo di incubazione che generalmente dura da 2 a 7 giorni (intervallo : 1-10 giorni), la SARS generalmente esordisce come malattia sistemica caratterizzata da febbre, spesso accompagnata da malessere, cefalea e mialgie, cui seguono dopo 1-2 giorni tosse non produttiva e dispnea. Circa il 25% dei pazienti presenta diarrea.
Nei casi gravi la funzione respiratoria può peggiorare durante la seconda settimana di malattia e progredire fino a un quadro di franca sindrome da distress respiratorio dell’adulto (ARDS), accompagnata da insufficienza multiorgano.
Fattori di rischio per la progressione sfavorevole della malattia sono un’età superiore a 50 anni e comorbilità (malattie cardiovascolari, diabete, epatite), mentre l’infezione sembra essere più mite nei bambini.
Diagnosi: colture, PCR con trascrittasi inversa (RT-PCR) su campioni del tratto respiratorio, sangue, urine, feci, anticorpi sierici
Le terapie di supporto per mantenere la funzione respiratoria e di altri organi sono il cardine del trattamento.
Prevenzione
Sono state effettuate restrizioni dei viaggi e imposte misure di quarantena in alcune zone
tutte le restrizioni ai viaggi sono state sospese dopo 30 giorni (tre volte il periodo di incubazione stimato per la SARS) dall’ultima notifica di un nuovo caso (febbraio 2004).
Non si sa se e quando la SARS possa riemergere.
lunedì 30 aprile 2012
Pertosse
Pubblicato da daniE’ una malattia altamente contagiosa e a decorso acuto, determinata da un piccolo coccobacillo appartenente al genere Bordetella. Frequente soprattutto nei primi anni di vita, può manifestarsi anche nell’adulto. Benchè il trattamento antibiotico ne abbia sensibilmente ridotto la letalità, la pertosse continua a destare preoccupazioni per il decorso particolarmente grave quando si presenta nei primi mesi di vita.
L’agente eziologico è la Bordetella pertussis appartenente al genere Bordetella. Questo genere comprende anche le specie B. parapertussis e B. bronchiseptica, che possono dar luogo, anche se raramente, a forme cliniche di lieve entità e di occasionale riconoscimento eziologico.
Le bordetelle sono piccoli coccobacilli immobili, non sporigeni, spesso capsulati, Gram-negativi.
B. pertussis ha una struttura assai complessa; gli antigeni di maggiore interesse ai fini patogenetici ed immunitari sono:
- tossina pertossica (PT) o fattore promuovente la linfocitosi (LPF): è una esotossina termolabile responsabile delle maggiori attività biologiche di B. pertussis
- emoagglutinina filamentosa (FHA), componente della parete cellulare che ha un ruolo importante nell’adesione del batterio all’epitelio ciliato del tratto respiratorio
- pertactina (proteina della membrana esterna): è un agglutinogeno, non legato alle fimbrie, presente in tutti i ceppi virulenti di B. pertussis
- agglutinogeni vari, presenti nelle fimbrie
- proteine della membrana esterna, endotossine di natura lipopolisaccaridica, adenil-ciclasi che inibisce la fagocitosi ecc.
Il bacillo è molto labile nell’ambiente esterno dove viene rapidamente inattivato dagli agenti fisici e chimici, naturali e artificiali. B. pertussis penetra per via aerea e si localizza sulla mucosa tracheobronchiale tra le ciglia delle cellule epiteliali, aderendovi e moltiplicandosi molto attivamente, senza però invadere il circolo ematico.
Probabilmente per l’attività della sua esotossina termolabile, si ha una flogosi catarrale dell’epitelio con processi di necrosi a livello della zona basale ed intermedia.
La irritazione della mucosa provoca l’accesso parossistico di tosse.
Dopo un periodo di incubazione di 7-10 giorni che può estendersi fino a 21 gioni, la malattia esordisce con manifestazioni catarrali apparentemente banali a carico delle prime vie aeree : rino-faringite, tosse e catarro bronchiale (periodo catarrale, della durata di 1-4 settimane)
La tosse è inizialmente simile a quella che compare in altre affezioni respiratorie; tuttavia, qualche segno indicativo può essere rappresentato dal fatto che essa è prevalentemente notturna e resistente ai sedativi e dall’assenza di reperti ascoltatori toracici.
Gradualmente la tosse diventa più stizzosa ed intensa sino a dominare il quadro della malattia e acquista il carattere accessuale.
Si passa così al periodo accessuale (o convulsivo o spasmodico) con accessi più o meno frequenti nelle 24 ore (da 5-6 nelle forme lievi a 40 e più in quelle gravi) caratterizzati da tosse, ripresa ed espettorazione.
Gli accessi iniziano con ripetuti brevi colpi spasmodici di tosse seguiti da una inspirazione profonda a glottide chiusa, rumorosa e sibilante (ripresa), cui fa seguito una nuova serie di colpi di tosse seguiti da inspirazione forzata e così via per 3-4 volte.
All’accesso segue emissione di muco denso e filante (come il bianco d’uovo) e spesso vomito.
Il periodo convulsivo può durare fino a 3-4 settimane; gli accessi diminuiscono quindi di intensità, la tosse perde il suo carattere spasmodico, le riprese sono meno numerose e il muco diventa più fluido.
Si possono avere forme cliniche lievi o inapparenti.
L’infezione provoca la comparsa di anticorpi che possono essere rivelati con metodiche immunoenzimatiche; l’immunità che ne consegue è duratura.
Diagnosi
Gli accertamenti diagnostici consistono principalmente nella ricerca diretta di B. pertussis nelle secrezioni naso-faringee (aspirato naso-faringeo) mediante l’esame colturale; le colonie sospette sono identificate mediante prove di agglutinazione con antisiero specifico.
La presenza di B. pertussis può essere dimostrata anche con la reazione a catena della polimerasi (PCR), che è più sensibile dell’esame colturale e può essere effettuata sugli stessi campioni biologici.
La ricerca degli anticorpi diretti contro vari componenti del batterio viene effettuata con metodica immunoenzimatica su due campioni di siero, prelevati in fase acuta e in fase di convalescenza; pertanto è di limitato valore per la diagnosi clinica, ma può essere utilizzata per indagini siero-epidemiologiche o in studi sull’efficacia dei vaccini.
Epidemiologia
La pertosse è malattia diffusa in ogni paese e clima, anche se con incidenza assai diversa, a carattere prevalentemente endemico ma con esacerbazioni epidemiche ad intervalli variabili di 3-5 anni, che sono dovute all’accumulo di soggetti suscettibili e che in genere si esauriscono in qualche mese.
I casi stimati al mondo sono circa 50 milioni per anno, con poco meno di 1 milione di morti, per la maggior parte nei paesi in via di sviluppo.
Nei paesi industrializzati, invece, la morbosità e la letalità sono nettamente diminuite negli ultimi 40 anni, in funzione delle migliori condizioni di vita e dell’impiego della vaccinazione.
In Italia, da quando l’adesione alla vaccinazione ha raggiunto quote elevate (attualmente oltre il 95% dei nuovi nati è vaccinato) non si sono più verificate recrudescenze epidemiche e l’endemia si è notevolmente ridotta, tanto che nel 2005 il numero di casi notificati è stato di 802.
Bisogna tenere presente, però, che i dati ufficiali sono in genere molto inferiori a quelli reali, sia per mancata diagnosi, sia per omissione della notificazione.
L’uomo è l’unica fonte di contagio: oltre il malato, sono importanti i portatori asintomatici e gli individui affetti da forme lievi.
La contagiosità è massima durante il periodo di incubazione e quello catarrale, poi diminuisce progressivamente fino a scomparire all’incirca dopo la seconda settimana dall’inizio della tosse.
La trasmissione, data la scarsa resistenza del bacillo nell’ambiente esterno, avviene quasi esclusivamente per contagio diretto, attraverso le goccioline di saliva proiettate con la tosse.
Nei paesi dove i livelli vaccinali sono bassi è frequente soprattutto nei bambini di età compresa tra 1 e 5 anni.
La letalità nel primo anno di vita è particolarmente elevata, con una frequenza di decessi che può raggiungere il 70-90% dei casi clinicamente manifesti, a causa delle complicanze bronco-polmonari e talvolta neurologiche.
L’adulto contrae la malattia di solito in forma più lieve, per cui la maggioranza dei casi viene diagnosticata come bronchite.
Prevenzione
L’isolamento del malato (in ospedale o nella propria abitazione) sarebbe utile per limitare i contagi, ma è difficile trattandosi spesso di soggetti non costretti a letto.
La durata dell’isolamento è attualmente di 7 giorni dall’inizio della terapia antibiotica.
La disinfezione, data la labilità del batterio, non è considerata necessaria; alla fine della malattia sono sufficienti un’accurata pulizia e una prolungata aerazione dell’ambiente.
Per i conviventi ed i contatti si consiglia la chemioprofilassi con eritromicina, che deve essere continuata per 14 giorni dopo l’esposizione, specialmente nei neonati e nei bambini al di sotto di 4 anni anche se immunizzati, giacchè la protezione assicurata dal vaccino non è sempre sufficiente.
Poiché la trasmissione diretta per via aerea già nel periodo catarrale aspecifico rendono inefficaci gli altri interventi preventivi, la vaccinazione resta la sola concreta possibilità di prevenzione.
In passato i vaccini disponibili erano quelli a cellule batteriche intere, allestiti con sospensioni di B. pertussis inattivate con formolo; l’efficacia protettiva variava a seconda dello stipite batterico impiegato e delle modalità di preparazione dei vaccini.
Attualmente sono usati vaccini antipertosse a cellulari, che differiscono da quelli cellulari in quanto contengono, invece del batterio intero, la tossina pertussica inattivata con formolo o ottenuta in forma atossica da batteri geneticamente modificati (tossoide pertussico) assieme ad uno o più dei seguenti antigeni purificati : emoagglutinina filamentosa, fimbrie (agglutinogeni), pertactina.
Questi vaccini hanno efficacia protettiva maggiore rispetto a quelli cellulari (85%), producono una immunità duratura e sono meno reattogeni (causano un minor numero di reazioni locali e generali).
Essi sono combinati nel vaccino esavalente (DTPa-IPV-HBV-Hib) e si somministrano con il medesimo schema : per l’immunizzazione di base, si somministrano tre dosi al terzo, quarto-quinto mese e undicesimo-dodicesimo mese di vita.
Una dose di richiamo va somministrata al quinto-sesto anno di vita (vaccino combinato tetravalente DTPa-IPV) ed un’ulteriore dose a 11-12 anni con un vaccino a dosaggio ridotto (vaccino trivalente Tdpa)
Profilassi immunitaria passiva: la somministrazione di immunoglobuline umane specifiche, ottenute a titoli elevati con l’impiego di vaccini acellulari, si è rivelata utile nella terapia soprattutto per quanto si riferisce alla durata degli accessi di tosse; è di limitata efficacia, invece, nella pratica profilattica.
mercoledì 25 aprile 2012
Difterite
Pubblicato da daniLa difterite è una malattia tossi-infettiva, acuta e contagiosa, determinata da un batterio che si localizza nelle prime vie aeree, dove provoca una flogosi fibrino-necrotica con formazione di pseudomembrane; il batterio elabora una tipica esotossina attiva a distanza su diversi organi e tessuti. Molto grave e a larga diffusione in passato, la difterite è attualmente eliminata in Italia ed in molti altri paesi grazie alla vaccinazione di massa.
L’agente ziologico è il Corynebacterium diphtheriae, appartenente al genere Corynebacterium, della famiglia delle Corynebacteriaceae. E' Gram-positivo, immobile, asporigeno e privo di capsula. Sono conosciuti 3 biotipi di C. diphtheriae : mitis, intermedius, gravis, cui corrispondono non meno di 57 sierotipi ed almeno 19 tipi fagici.
La caratteristica biologica più importante del bacillo difterico è la produzione di una esotossina assai attiva, per mezzo della quale il bacillo svolge la sua azione patogena.
E’ una proteina costituita da un frammento A responsabile dell’azione tossica e da un frammento B responsabile dell’adesione ai recettori cellulari, il cui meccanismo di azione si esplica essenzialmente attraverso una inibizione della sintesi proteica a livello ribosomiale.
La sua produzione è legata alla presenza nella cellula batterica di un profago (profago beta), che ne è il determinante genetico.
I ceppi tossigeni di bacillo difterico contengono il profago beta; i ceppi non tossigeni (bacilli difterici modificati) ne sono privi.
La difterite è essenzialmente una tossiemia: il bacillo si localizza nella sede dell’infezione, che di solito è rappresentata dalle mucose delle prime vie aeree (cavità nasali, faringe, laringe) e qui si moltiplica elaborando la esotossina che si diffonde per via ematica a tutto l’organismo.
Sulla mucosa si produce una flogosi di tipo fibrinoso-necrotico, con la comparsa di un essudato costituito, oltre che dall’epitelio necrotico, da fibrina, emazie e leucociti con presenza di numerosi bacilli difterici. Questo essudato, compatto e tenacemente aderente al tessuto sottostante (dal quale si asporta con difficoltà), costituisce le tipiche “pseudomembrane”, che rappresentano il dato clinico obiettivo più significativo della malattia.
A distanza la tossina agisce soprattutto sul sistema nervoso centrale, sul miocardio, sul rene e sui surreni, dove dà origine a processi di tipo degenerativo dei parenchimi e della sostanza nervosa.
A seconda della localizzazione, si distinguono tre forme cliniche principali:
- l’angina difterica, che è la più frequente, con localizzazione sulle tonsille e sulla mucosa peritonsillare (velo pendulo, ugola)
- la laringite difterica (croup), che è la più grave per i fenomeni di asfissia cui si accompagna
- la rinite difterica, che è la più insidiosa dal punto di vista della diffusione del contagio, in quanto non facilmente diagnosticanile
Altre localizzazioni minori e più rare sono : la congiuntivale, la auricolare, la vulvo-vaginale, la cutanea (ombelicale del neonato).
Dopo un periodo di incubazione variabile da 2 a 8 gioni, la malattia inizia in maniera subdola con febbre poco elevata, cefalea, talora vomito, modico dolore faringeo. La mucosa oro-faringea appare inizialmente arrossata e leggermente tumefatta, ma ben presto compaiono le caratteristiche pseudomembrane, di aspetto liscio, di colore bianco-grigiastro, che tendono rapidamente ad estendersi, aderendo ai tessuti sottostanti.
L’edema della mucosa circostante è notevole, vi è adenopatia a carico dei linfonodi mascellari ed anche latero-cervicali.
Nella forma laringea, dopo un primo periodo con raucedine (periodo disfonico), la comparsa delle pseudomembrane, l’edema e lo spasmo laringeo causano una progressiva ostruzione del lume laringeo con difficoltà respiratoria (periodo dispnoico), cui possono seguire anossiemia con cianosi, coma e morte (periodo asfittico).
La rinite difterica è la forma clinicamente meno grave, spesso non riconosciuta, che si osservava più spesso nei lattanti ed era caratterizzata soprattutto da scolo nasale muco-purulento con ulcerazioni delle narici e del labbro superiore.
Alla sintomatologia locale si accompagna quella tossica generale, con alterazioni cardio-circolatorie e renali e con la comparsa delle paralisi che possono essere precoci o tardive e che interessano di solito la sede delle lesioni; le più frequenti sono quelle dei muscoli del faringe, del laringe e dei muscoli oculari.
Diagnosi
La diagnosi certa di difterite può essere posta solo dopo che è stata dimostrata la capacità di produrre la tossina da parte dello stipite eventualmente isolato; infatti né l’esame microscopico né i caratteri colturali forniscono dati sicuri.
Di fronte a queste incertezze è comunque utile allestire, oltre all’indagine colturale, l’esame microscopico che, pur con i suoi limiti, può fornire un dato presuntivo molto importante; viene eseguito sull’essudato pseudomembranoso prelevato mediante tampone sterile e colorato con il metodo di Neisser o con altri (Gins, Albert, ecc.), che evidenziano i granuli metacromatici.
Per la ricerca colturale si utilizzano terreni arricchiti con sangue di montone, resi selettivi dall’aggiunta di tellurito di potassio (agar Columbia, ecc.).
Gli accertamenti diagnostici descritti venivano effettuati correntemente in passato.
Poiché la difterite è di fatto eliminata, accade sempre più raramente di dovere fare ricorso ad essi; proprio in questa fase, però, è importante individuare con certezza gli eventuali casi che ancora si dovessero verificare, giacchè essi rappresenterebbero degli eventi sentinella.
Epidemiologia
Il profilo epidemiologico della difterite si è profondamente modificato nei paesi socialmente elevati per l’applicazione su larga scala della vaccinoprofilassi.
La malattia, infatti, è in fortissima diminuzione in molti paesi, in altri è scomparsa ormai da anni; resta endemica in diverse aree dell’Asia e dell’Africa.
In Italia, nel periodo 1990-95 sono stati notificati solo 4 casi, di cui uno importato (1993); gli altri hanno riguardato una bambina di 5 anni non vaccinata (1991), una donna adulta (1994) e una bambina di 2 anni regolarmente vaccinata (1995), dalla quale è stato isolato uno stipite di C. diphtheriae varietà mitis, non tossigeno.
Nel 1996 è stato segnalato l’ultimo caso autoctono “probabile” di difterite.
Attualmente, la difterite può essere considerata eliminata nel nostro paese, anche se non si può escludere che ceppi di bacillo difterico tossigeni siano ancora presenti.
L’uomo è l’unico serbatoio naturale dell’infezione : il malato innanzi tutto ed il portatore, sia quello convalescente e cronico, sia il portatore sano.
Nei soggetti che hanno superato la malattia il bacillo difterico può persistere per alcune settimane ed in alcuni casi anche per mesi o anni.
Importanti sono i portatori sani, la cui prevalenza nella popolazione andava in passato dallo 0,2 all’1%, ma poteva essere molto più elevata, fino anche al 20% ed oltre, nelle comunità nelle quali si erano manifestati casi di difterite.
In proposito, va ricordato che la vaccinazione antidifterica conferisce protezione contro la tossina e quindi contro la malattia, ma non nei riguardi dello stato di portatore; pertanto non si interrompe il flusso diffusivo dei bacilli difterici nelle popolazioni.
Il contagio è interumano e può essere sia diretto per via aerea, sia indiretto, data la discreta resistenza del bacillo nell’ambiente esterno, attraverso oggetti di uso specialmente tra i bambini (fazzoletti, stoviglie, penne e matite, giocattoli).
Prima dell’impiego obbligatorio della vaccinoprofilassi l’età più colpita era quella compresa tra i 2 e i 5 anni.
Attualmente nei paesi in cui la vaccinazione è estesamente praticata i pochi casi che si manifestano riguardano soggetti di età superiore ai 15-20 anni, in cui l’immunità vaccinale si è attenuata.
In Italia, la copertura immunitaria nei confronti della tossina difterica è elevata nelle fasce di età giovanili, ma tende a ridursi negli adulti per la mancanza di dosi di richiamo.
Prevenzione
La prevenzione consiste essenzialmente nella vaccinazione, la cui efficacia è dimostrata dalla rarefazione della malattia, fino alla sua scomparsa, in tutti i paesi che la praticano estesamente.
Anche nell’attuale fase di assenza di casi in Italia è necessario insistere con la vaccinazione, senza trascurare altri interventi preventivi.
Alla denuncia immediata di un eventuale caso sospetto che dovesse essere osservato deve seguire subito l’inchiesta epidemiologica, indirizzata soprattutto alla ricerca di eventuali portatori nell’ambito della comunità di cui fa parte il caso.
L’isolamento del malato in ospedale è necessario anche per fornire una adeguata assistenza, data la gravità della malattia e la necessità di terapie che devono essere eseguite sotto controllo (immunoglobuline antidifteriche) o con interventi d’urgenza (intubazione, tracheotomia).
L’isolamento deve continuare fino alla negatività di 3 esami batteriologici del secreto rinofaringeo, eseguiti ad intervalli di almeno 24 ore dopo la guarigione clinica e la fine della terapia antibiotica.
La disinfezione deve essere continua e riguardare tutto ciò che viene a contatto con le secrezioni del malato; inoltre, data la resistenza del bacillo difterico all’essiccamento, sarà opportuna la disinfezione terminale dell’ambiente, anche se molti considerano sufficienti la semplice pulizia e la ventilazione prolungata.
Per conviventi e contatti stretti sono prescritte la sorveglianza sanitaria per 7 giorni a partire dall’ultimo contatto con il malato e, come si è detto, indagini di laboratorio per identificare eventuali portatori asintomatici.
La vaccinazione antidifterica è obbligatoria in Italia dal 1939; a partire dal 1968 è stata associata a quella antitetanica con un vaccino bivalente (DT) o con uno trivalente contenente anche quello antipertosse (DTP).
Attualmente , è in uso un vaccino esavalente (DTPa-IPV-HB-Hib) per l’immunizzazione contemporanea contro la difterite (D), il tetano (T), la pertosse (con vaccino acellulare Pa), la poliomielite (con vaccino IPV a virus uccisi di Salk), l’epatite B (HB) e l’Haemophilus influenzae di tipo b (Hib).
Il vaccino antidifterico è costituito dalla anatossina (o tossoide) ottenuta secondo la metodica di Ramon, trattando cioè la tossina difterica con lo 0,4% di formolo e mantenendo la mescolanza a 38-40°C per un mese.
Con questo trattamento la tossina perde il potere tossico conservando immodificato quello antigene. Per ottenere una migliore risposta anticorpale, l’anatossina viene adsorbita su idrossido o fosfato di alluminio; in questo modo essa viene trattenuta più a lungo nella sede di inoculazione, viene rilasciata più lentamente ed esercita una più prolungata stimolazione del sistema immunitario.
La vaccinazione antidifterica viene eseguita con la somministrazione intramuscolo di 3 dosi del vaccino esavalente che contiene anche l’anatossina : la prima dose è somministrata per via intramuscolare al terzo mese di vita, la seconda al quarto-quinto mese (dopo 6-8 settimane dalla precedente), la terza all’undicesimo-dodicesimo mese.
Una dose di richiamo viene praticata nell’età scolare, al quinto-sesto anno di vita, contemporaneamente al richiamo contro il tetano, la pertosse e la poliomielite.
Per il richiamo si usa un vaccino tetravalente DTPa-IPV.
Il ciclo completo con tre dosi stimola la risposta anticorpale protettiva nel 98% dei vaccinati, con una durata della protezione di almeno 10 anni. Le reazioni all’anatossina sono rare e consistono in gonfiore e dolorabilità al punto di inoculazione, accompagnati in qualche caso da febbre.
La mancata somministrazione di successive dosi di richiamo e la diminuita possibilità di reinfezioni spontanee che mantengano elevati i titoli anticorpali, hanno determinato una diminuzione della immunità vaccinale soprattutto nei soggetti adulti.
In Italia, una percentuale di popolazione adulta già vaccinata che varia dal 10% al 40% nelle diverse regioni, possiede titoli antitossici inferiori alla soglia di protezione.
Questo spiega come la malattia nelle aree a bassa endemia si presenti nell’età adulta e perché possano insorgere episodi epidemici tra gli adulti.
Un secondo richiamo va fatto all’età di 11-12 anni con un vaccino trivalente Tdpa contenente l’anatossina difterica a dosaggio ridotto (perché nell’adolescente e nell’adulto possono manifestarsi reazioni di ipersensibilità a volte gravi), l’anatossina tetanica a dosaggio pieno e gli antigeni purificati della pertosse a dosaggio ridotto.
Ulteriori richiami in combinazione con l’anatossina tetanica (vaccino bivalente Td) possono essere eseguiti di dieci anni in dieci anni, con particolare riguardo alle categorie a rischio elevato (operatori sanitari, anziani, viaggiatori in aree endemiche, immunodepressi).
giovedì 15 marzo 2012
Infezioni streptococciche
Pubblicato da daniGli streptococchi sono batteri di forma sferica, del diametro di 1-1,5 micrometri, Gram-positivi, riuniti in catenelle, asporigeni, capsulati.
La classificazione degli streptococchi si basa essenzialmente sulla diversa azione che essi hanno sulle emazie e sui diversi antigeni della parete cellulare.
- Gli streptococchi alfa-emolitici o viridanti: causano alfa-emolisi, cioè trasformazione dell’emoglobina, per cui in piastre di agar-sangue le loro colonie sono circondate da un alone verdastro torbido.
- Gli streptococchi beta-emolitici: causano beta-emolisi, cioè emolisi completa, per cui in piastre di agar-sangue le loro colonie sono circondate da un alone trasparente.
- Gli streptococchi gamma-emolitici o anemolitici: non causano emolisi.
In base agli antigeni della parete cellulare si distinguono diversi gruppi, da A a T.
Streptococcus pyogenes
I patogeni di maggior rilievo epidemiologico sono gli streptococchi beta emolitici di gruppo A o Streptococcus pyogenes.
Sono dotati di diversi fattori di patogenicità:
- streptolisina O : danneggia il cuore
- streptolisina S : danneggia l’epitelio tubulare renale
- ialuronidasi
- NADasi (nicotinamide-adenina-dinucleotidasi)
- streptochinasi
- proteasi
- nucleasi
- capsula di acido ialuronico (attività antifagocitaria)
- proteina M : azione antifagocitaria
- fattore di aderenza specifica degli streptococchi (il suo ruolo è di tale importanza che praticamente solo gli anticorpi anti-M risultano protettivi)
- tossina eritrogenica : presente in alcuni ceppi nel cui cromosoma è integrato il DNA di un particolare batteriofago
Provoca il caratteristico esantema scarlattinoso, innalza la temperatura corporea ed ha una certa capacità immunosoppressiva.
Le forme morbose primitive o a carattere suppurativo cui S. pyogenes può dare luogo sono rappresentate da malattie suppurative con possibilità di diffusione setticemica:
- faringite o angina streptococcica: nel caso che l’angina sia sostenuta da ceppi produttori di tossina eritrogenica si ha il quadro clinico caratteristico della scarlattina. A questa possono fare seguito complicanze suppurative quali otite media, mastoidite, meningite, ascessi peritonsillari, broncopolmonite
- scarlattina: è una malattia ubiquitaria, più diffusa nelle zone temperate, con andamento endemico e, molto più di rado, epidemico. In Italia i casi ufficialmente notificati sono circa 25.000 l’anno ma è probabile che siano molto più numerosi. La sorgente di infezione è il malato, che comincia ad espellere il batterio 24 ore prima della comparsa della sintomatologia. L’infezione è trasmessa per contagio diretto con le modalità consuete per le infezioni respiratorie trascurabile è il contagio indiretto attraverso oggetti e materiale contaminato in quanto lo streptococco, anche se capace di sopravvivere a lungo nell’ambiente, con l’essicamento riduce fino a perderlo il suo potere infettante. Colpisce soprattutto l’età compresa fra 3 e 15 anni, specialmente la popolazione scolastica. E' una malattia streptococcica esantematica causata da ceppi di S. pyogenes (beta-emolitici di gruppo A) che producono la tossina eritrogenica. Ha incubazione breve di 2-5 giorni.
La malattia inizia bruscamente con febbre elevata, angina dapprima eritematosa e poi essudativa con vomito. Entro 48 ore si ha la comparsa del caratteristico esantema, che interessa inizialmente il collo ed il torace per poi estendersi al volto (dove risparmia il naso, la cute periorale ed il mento, con formazione della cosiddetta maschera scarlattinosa) e agli arti.
L’esantema è di tipo eritematoso-papuloso, puntiforme e si schiarisce alla pressione. Dopo 3-5 giorni il rash scompare con intensa desquamazione cutanea, la febbre cade per lisi e tutta la sintomatologia regredisce rapidamente.
La malattia conferisce una immunità duratura nei confronti della tossina eritrogenica; sono possibili le recidive dovute a eritrotossine immunologicamente diverse.
La diagnosi è essenzialmente clinica; può essere confermata con la ricerca di S. pyogenes eseguita con i classici metodi colturali o evidenziando direttamente gli antigeni streptococcici nelle secrezioni delle prime vie aeree o rilevando un aumento del titolo delle antistreptolisine (TAS) che però compare più tardivamente. La notifica della scarlattina è obbligatoria. L’isolamento del malato può essere sospeso dopo tre giorni dall’inizio della terapia antibiotica (penicillina, eritromicina, cefalosporine) che deve comunque essere continuata per almeno 10 giorni. Nei confronti di conviventi e contatti viene attuata la sorveglianza sanitaria per 7 giorni. La chemioprofilassi può essere attuata con la somministrazione di antibiotici per non meno di 10 giorni.
- manifestazioni cutanee : erisipela, impetigine ed altre forme di piodermite
- endometrite : febbre puerperale conseguente ad una infezione streptococcica postpartum dell’endometrio
- sepsi : complicanze suppurative in altre sedi : endocardite acuta ulcerativa (endotelio valvolare cardiaco)
Malattie non suppurative o post-streptococciche :
Reumatismo articolare acuto
la malattia reumatica è più frequente fra i soggetti in età da 5 a 15 anni, senza una particolare predilezione per uno dei due sessi. Nel 2002 in Italia si sono registrati 1727 decessi per cardiopatia reumatica; l’età in cui si ha una maggiore frequenza di morte è quella intorno ai 50-55 anni. Mediamente l’intervallo tra il primo attacco di reumatismo articolare acuto e la morte per cardiopatia si aggira intorno ai 35-40 anni.
In Italia la prevalenza di cardiopatia reumatica nella popolazione scolastica è tra 0 e 1%
E' una malattia sistemica caratterizzata da episodi febbrili, poliartrite migrante e interessamento cardiaco (pancardite); raramente si possono associare sintomi neurologici (chorea minor) e cutanei (eritema marginato, noduli sottocutanei).
L’episodio reumatico interviene dopo un intervallo di 2-3 settimane da un episodio di infezione streptococcica e si esaurisce dopo 1-4 settimane con regressione completa dei sintomi articolari.
Spesso, però, residua un danno irreversibile a livello del cuore.
Una caratteristica importante della malattia è la tendenza a dare recidive, con progressivo aggravamento delle lesioni cardiache ed evoluzione in vizi valvolari o miocardiopatie croniche.
I meccanismi patogenetici non sono ancora del tutto chiariti; è accertato che nei tessuti colpiti da lesioni reumatiche è costante la presenza di complessi antigene-anticorpo.
Eistono prove sperimentali di una affinità tra antigeni streptococcici e antigeni normalmente presenti nei tessuti; gli anticorpi antistreptococcici sarebbero quindi in grado di reagire in maniera crociata con antigeni di tessuto propri dell’ospite, determinando una reazione autoimmune.
D’altra parte, antigeni streptococcici potrebbero fissarsi preferenzialmente su specifiche strutture tissutali determinando lesioni primarie per la loro tossicità intrinseca o lesioni secondarie in conseguenza del legame con specifici anticorpi capaci di fissare il complemento o potrebbero alterare i tessuti con la comparsa di una reazione autoimmune.
Dati derivanti dallo studio degli antigeni di istocompatibilità dei leucociti umani (HLA) suggeriscono l’esistenza di una predisposizione costituzionale alle manifestazioni reumatiche, probabilmente in rapporto con alterazioni della risposta immunitaria ad antigeni batterici).
Diagnosi clinica è posta sulla base di più segni clinici o criteri di Jones
- Criteri maggiori : corea, cardite, poliartrite, eritema marginato, noduli sottocutanei
- Criteri minori : febbre, artralgie, indici di flogosi (>VES, presenza di proteina C reattiva, leucocitosi neutrofila), aumento dell’intervallo P-R all’ECG, pregressa infezione streptococcica (anamnesi, titolo elevato di anticorpi antistreptolisina, positività per streptococco di gruppo A della coltura dell’essudato faringeo prelevato con tampone)
Prevenzione :
- Prevenzione primaria o prevenzione del primo attacco reumatico.
Ha come obiettivo impedire la sensibilizzazione evitando le infezioni da streptococco beta-emolitico di gruppo A e curando tempestivamente le angine streptococciche.
La prevenzione dell’infezione si basa essenzialmente sulla rimozione dei fattori socio-economici (povertà) ed ambientali (affollamento) che favoriscono la diffusione degli streptococchi.
La terapia efficace e tempestiva delle angine streptococciche (accertate mediante tampone faringeo il cui materiale viene saggiato da test rapidi che forniscono una risposta in 1-2 ore; l’esame colturale richiede 24-48 ore) consiste nella somministrazione di penicillina V per almeno 10 giorni o di una dose di penicillina-G-benzatina che garantisca livelli ematici battericidi per 2-3 settimane. In caso di ipersensibilità si può ricorrere all’eritromicina o ad una cefalosporina per os da somministrare per almeno 10 giorni.
- Prevenzione secondaria o prevenzione delle recidive
Deve essere applicata a tutti coloro che hanno avuto un primo attacco reumatico per evitare una nuova infezione streptococcica, che può scatenare un nuovo e più grave attacco reumatico.
Essa viene praticata con la somministrazione periodica di 1.200.000 U di penicillina-G-benzatina ogni 4 settimane. In caso di ipersensibilità alla penicillina, si fa ricorso a somministrazioni quotidiane di eritromicina o di un altro macrolide. Il trattamento va prolungato per tempi differenti a seconda delle condizioni cliniche :
- malattia reumatica senza cardite : trattamento fino all’età di 21 anni o per almeno 5 anni in un soggetto di età superiore a 15 anni
- malattia reumatica con cardite ma senza valvulopatia : trattamento fino all’età adulta inoltrata o per 10 anni in un soggetto adulto giovane
- malattia reumatica con cardite in presenza di valvulopatia : trattamento fino all’età di 40 anni e, comunque, per almeno 10 anni dall’ultimo episodio oppure trattamento a vita
Glomerulonefrite acuta
Eritema nodoso
Poiché il trattamento antibiotico è risolutivo nel caso delle infezioni streptococciche ed evita le complicanze suppurative e quelle non suppurative o post-streptococciche, la diagnosi eziologica delle faringiti è importante
sabato 10 marzo 2012
Infezioni da rhinovirus
Pubblicato da daniAppartengono alla famiglia dei picornavirus ed è formato da un RNA monocatenario.
Se ne conoscono 100 sierotipi diversi.
Sono labili nell’ambiente esterno, in cui vengono inattivati dagli agenti naturali come l’essiccamento e i raggi ultravioletti.
Clinica:
- rinite o raffreddore: caratterizzato da rinorrea ed ostruzione nasale, starnuti, sono frequenti i segni di una modesta faringite
- frequente è l’interessamento della mucosa dei seni paranasali (sinusite virale) e della tromba di Eustachio (otite media virale)
- la febbre è in genere assente o modica negli adulti, più spesso presente nei bambini.
La durata è variabile da 2 a 7 giorni.
Epidemiologia : incubazione di 8-10 ore, trasmissione per via aerea (starnuti, tosse) e per mezzo delle mani contaminate da secrezioni nasali.
Prevenzione : una profilassi vaccinale è resa impossibile dal gran numero di sierotipi diversi; inoltre anche la protezione contro la malattia appare di durata limitata.
lunedì 5 marzo 2012
Infezioni da Adenovirus
Pubblicato da daniIl virus è caratterizzato da un DNA bicatenario.
Sono notevolmente stabili alle comuni temperature ambientali, ma vengono rapidamente inattivati dal riscaldamento a 56°C, dall’esposizione ai raggi UV e da basse concentrazioni di cloro attivo (1/200) o di formolo (1/400).
Gli adenovirus umani sono suddivisi in oltre 50 tipi sierologici geneticamente stabili; di questi solo 12 sono patogeni.
Clinica : malattia respiratoria acuta che si manifesta con quadri di varia gravità :
- rinofaringite non febbrile o moderatamente febbrile
- sintomatologia tipicamente influenzale
- broncopolmonite (primitiva o come evoluzione di una flogosi delle prime vie aeree)
Colpisce più frequentemente bambini piccoli e giovani in comunità con una febbre faringo-congiuntivale: ai segni di una flogosi febbrile delle prime vie aeree si accompagnano quelli di una congiuntivite e di una linfoadenopatia cervicale che si manifesta prevalentemente in bambini di età scolare e in giovani adulti.
- cheratocongiuntivite : congiuntivite con adenopatia preauricolare, cui segue (dopo 7-10 gg) una cheratite
- cistite emorragica : disuria, pollachiuria, ematuria macroscopica (per circa tre giorni) e poi microscopica
Diagnosi : colture cellulari, immunofluorescenza, amplificazione genica con PCR
Epidemiologia : le sorgenti di infezione sono costituite da ammalati e da portatori asintomatici, la trasmissione si verifica per via aerea e con il contatto con mani contaminate
Prevenzione : virioni inattivati, antigeni solubili purificati. La necessità di impiegare diversi tipi di adenovirus e la breve durata dell’immunità conseguita pongono seri limiti all’applicabilità della vaccinazione.
giovedì 1 marzo 2012
Infezioni da virus respiratorio sinciziale (RSV)
Pubblicato da daniIl virus respiratorio sinciziale appartiene alla famiglia Paramyxoviridae e al genere Pneumovirus.
Si conosce un unico sierotipo; con l’impiego di anticorpi monoclonali è possibile suddividere i ceppi virali in due gruppi A e B ed in vari sottotipi all’interno di ciascun gruppo.
Ha un certo grado di resistenza ambientale visto che per ridurre l’infettività del 90% a 37°C occorrono 24 ore e a 4°C occorrono 96 ore.
Nel lattante e nel bambino il virus è responsabile di una rilevante quota di broncopolmoniti ed è certamente di gran lunga il più importante agente di bronchioliti.
In età scolare, nell’adolescenza e nell’età adulta le reinfezioni, via via meno frequenti, assumono più spesso l’aspetto di rinofaringiti, febbrili o non, o di sindromi influenzali.
La diagnosi di infezione da virus RS può essere fatta con accettabile approssimazione su base clinica ed epidemiologica, quando si osservano numerosi casi di bronchiolite e di altre infezioni delle basse vie respiratorie in bambini nel primo anno di vita.
Per la dimostrazione della presenza di virus nelle secrezioni delle vie aeree sono disponibili test diagnostici rapidi e poco costosi (dotati di elevata specificità ma con sensibilità variabile dal 50 al 90%) basati su metodi immunoenzimatici.
Molto più sensibile è la metodica RT-PCR (reverse transcriptase polymerase chain reaction) che, però, richiede una più lunga e complessa esecuzione.
Epidemiologia : le sorgenti di infezione sono rappresentate da soggetti affetti da forme respiratorie di gravità molto variabile. La trasmissione avviene fondamentalmente per via aerea e con le mani contaminate da secrezioni respiratorie.
L’incubazione è di 3-7 giorni, il virus viene eliminato con le secrezioni rinofaringee a partire dall’esordio della sintomatologia clinica (o al massimo 1-2 giorni prima) per tempi variabili da 4-5 a 20-25 giorni. La prima infezione viene contratta precocemente nella maggior parte dei casi; più dell’80% dei bambini di 4 anni possiede anticorpi specifici. L’immunità acquisita non protegge da reinfezioni; tuttavia, con il ripetersi delle reinfezioni la frequenza e la gravità degli episodi morbosi diminuiscono significativamente (così le forme più precoci sono di regola anche le più gravi)
Prevenzione : la protezione dei lattanti può essere ottenuta evitando il loro contatto con persone che presentino qualsiasi sintomo di infezione respiratoria acuta, anche di modesta entità, e curando particolarmente la pulizia delle mani prima di accudirli.
sabato 25 febbraio 2012
Infezioni da virus parainfluenzali
Pubblicato da daniSi distinguono 5 tipi sierologici di virus parainfluenzali (1,2,3,4A,4B).
Appartengono alla famiglia Paramyxoviridae; il tipo 1 e 3 al genere Respirovirus, i tipi 2,4A,4B al genere Rubulavirus
Diversamente da quanto accade tra i virus influenzali, i 5 sierotipi di virus parainfluenzali sono antigenicamente stabili. Riguardo alla resistenza ad agenti fisici e chimici, si tratta di virus molto labili.
Analogamente ai virus influenzali, i virus parainfluenzali infettano e si riproducono all’interno delle cellule epiteliali ciliate delle mucose delle alte e basse vie respiratorie.
In oltre l’80% dei casi le manifestazioni sono a carico delle alte vie respiratorie con rinofaringiti che nei bambini si complicano frequentemente (30-50% dei casi) con otite media. Meno frequentemente (circa 15%) l’infezione si estende alle vie respiratorie più basse, con sintomatologia di laringo-tracheo-bronchite con tosse abbaiante, voce rauca, stridore del respiro.
Nei lattanti i tipi 2 e 3 possono causare bronchiolite.
Epidemiologia : le sorgenti di infezione sono rappresentate da soggetti colpiti da forme respiratorie di varia gravità. L’incubazione è di 3-6 giorni. Il contagio avviene per via aerea e con le mani contaminate da secrezioni respiratorie.
L’infettività dei virus parainfluenzali è alta e si può calcolare che nei diversi paesi dell’emisfero occidentale circa i ¾ dei bambini ne vengano colpiti entro i primi 4-5 anni di vita; sono frequenti le reinfezioni durante l’età scolare, l’adolescenza e l’età adulta, poiché l’immunità conseguente alle infezioni con virus parainfluenzali (che è essenzialmente un’immunità di barriera) è limitata nel tempo. Tuttavia, mentre in occasione della prima infezione le sindromi cliniche del lattante e del bambino sono spesso severe, in occasione di successive reinfezioni la loro gravità diminuisce progressivamente.
La patologia delle infezioni da virus parainfluenzali è perciò eminentemente infantile; nell’adolescente e nell’adulto le infezioni da virus parainfluenzali decorrono in modo spesso inapparente, oppure come comuni raffreddori o come rinofaringiti modicamente febbrili.
Prevenzione: diversi tipi di vaccini inattivati e di vaccini vivi attenuati sono stati oggetto di sperimentazione ma nessuno è entrato nella pratica. La protezione dei lattanti consiste nell’evitare che vengano a contatto con persone che abbiano anche modesti sintomi di infezioni respiratorie acute.
venerdì 18 novembre 2011
Tubercolosi
Pubblicato da daniLa tubercolosi è una malattia infettiva a decorso cronico causata da un micobatterio a localizzazione prevalentemente polmonare, ma capace di aggredire qualsiasi organo ed apparato.
L’agente eziologico è il Mycobacterium tuberculosis o bacillo di Koch.
Proprietà comune dei micobatteri è l’acido-alcol resistenza, sulla quale è basata la colorazione di Ziehl-Nielsen, che rappresenta quindi il metodo elettivo per la ricerca di questi bacilli nei materiali patologici.
Si presenta come un bacillo sottile, diritto e a volte leggermente incurvato, della lunghezza di 2-5 micrometri e della larghezza di 0,5-0,8 micrometri, non sporigeno, immobile, privo di capsula.
Ha una struttura complessa :
- proteine: responsabili delle reazioni di ipersensibilità ritardata
- lipidi
- polisaccaridi : fungono da antigeni e inducono la comparsa di anticorpi circolanti
E’ un bacillo assai resistente agli agenti fisici e chimici (si può considerare il più resistente tra i batteri patogeni non sporigeni insieme alle brucelle); sopravvive a lungo nell’ambiente esterno, all’essicamento (anche per molti mesi), specie se contenuto in materiale organico e al riparo dalla luce.
Resiste al calore secco a 100°C per 2 ore, a lungo alle soluzioni acide e alcaline.
E’ inattivato in poche ore dalla luce solare diretta, dal calore umido a 60°C per 30 minuti, in 4 ore dalla formalina al 3%.
M. bovis è l’agente eziologico della tubercolosi bovina; nell’uomo provoca l’infezione soprattutto per via alimentare con i prodotti provenienti da animali infetti (latte e derivati).
L’infezione primaria abitualmente avviene per via aerea ed i bacilli tubercolari si localizzano nei lobi polmonari, per lo più in corrispondenza della zona basale del lobo polmonare superiore o nella zona superiore del lobo inferiore o del lobo medio.
I bacilli sono fagocitati dai macrofagi alveolari e distrutti se sono in numero limitato; se i bacilli riescono a moltiplicarsi attivamente, sono i macrofagi a soccombere. A questo punto arrivano i monociti e i linfociti. I monociti si differenziano in macrofagi e fagocitano a loro volta i bacilli liberatisi dalle cellule precedentemente degenerate. I macrofagi carichi di bacilli, attraverso i vasi linfatici, raggiungono i linfonodi regionali (ilari, mediastinici e, a volte, sopraclaveari e retroperitoneali) coinvolgendoli nel processo infettivo. E’ possibile anche la ematogena.
Più spesso, però, la reazione immunitaria, che si sviluppa dopo 2-12 settimane (più comunemente dopo 3-8 settimane) dall’infezione, è in grado di estinguere il processo infettivo, la cui evenienza può essere rivelata solo dalla positività al test tubercolinico.
In certi casi l’infezione primaria lascia dei segni visibili radiograficamente, derivanti dalla trasformazione fibrosclerotica del focolaio polmonare e dalla sua successiva calcificazione, che, assieme ai linfonodi mediastinici calcificati, costituisce il complesso primario o di Ranke.
Negli adolescenti e negli adulti l’infezione primaria decorre abitualmente in modo asintomatico, senza lasciare alcun segno o lasciando i segni del complesso primario di Ranke.
Tuttavia, in circa il 5% delle persone apparentemente normali e nel 50% delle persone sieropositive per HIV si può avere la progressione verso forme di tubercolosi polmonare cronica, con infiltrato pneumonico ed evoluzione verso la caseosi, la fluidificazione e la diffusione broncogena della malattia oppure verso forme extrapolmonari per via ematogena (meningite, pleurite, forma miliare ematogena, reni, ossa, testicoli ecc.).
Nei bambini l’infezione primaria evolve in forma sintomatica tanto più spesso quanto minore è l’età.
Un linfonodo infettato può aprirsi all’interno di un bronco e disseminare la sua carica bacillare con massiccio interessamento polmonare.
La tubercolosi postprimaria si manifesta in genere nei giovani e negli adulti come conseguenza della riattivazione del focolaio primario (reinfezione endogena) in cui sono rimasti latenti dei bacilli vivi o in conseguenza di una superinfezione con una massiccia carica di bacilli penetrati per via inalatoria (reinfezione esogena). La localizzazione abituale del processo infiammatorio è nei polmoni, più spesso in zona subapicale posteriore. Il focolaio va poi incontro a necrosi caseosa con successiva colliquazione e svuotamento in un bronco del materiale caseoso ricco di bacilli.
A questo punto il malato diventa contagioso perché espelle nell’ambiente una gran quantità di bacilli con la tosse.
La tubercolosi postprimaria è particolarmente frequente nelle persone sieropositive per HIV.
L’infezione primaria provoca nell’organismo l’insorgenza di complessi meccanismi immunitari cellulo-mediati (macrofagi, linfociti T) rappresentati da:
- uno stato di resistenza specifica nei confronti del bacillo tubercolare che può persistere anche per tutta la vita
- uno stato di ipersensibilità di tipo ritardato (tipo 4) verso il bacillo tubercolare e i suoi prodotti rivelato con il test alla tubercolina eseguito con il PPD (Purified Protein Derivative, frazione proteica dei bacilli tubercolari altamente purificata).
Epidemiologia
La tubercolosi è una malattia diffusa in tutto il mondo, seppure con incidenze variabili nelle diverse aree. Secondo l’OMS almeno 8 milioni di persone ogni anno si ammalano (2 milioni circa sono bambini di età inferiore ai 5 anni) e circa 3 milioni muoiono di tubercolosi in tutto il mondo; oltre l’80% dei casi e dei decessi si verificano nei paesi in via di sviluppo.
In Italia: nel 2002 406 morti (per il 90% erano persone con età superiore a 65 anni), nel 2004 sono stati registrati 2.976 casi di tubercolosi
Fattori di rischio per l’infezione: sono la povertà ed il sovraffollamento; essi sono anche fattori di rischio per la progressione dall’infezione verso la malattia; deficit immunitari (bambini, anziani, HIV, farmaci immunosoppressori, chemioterapici antitumorali, neoplasie, diabete, IRC, malnutrizione).
Le sorgenti di infezione sono costituite da persone affette da tubercolosi polmonare cavitaria che espellono i bacilli con la tosse. La contagiosità cessa dopo alcune settimane dall’inizio del trattamento chemio-antibiotico (se il ceppo di bacillo tubercolare non è farmacoresistente).
La trasmissione avviene abitualmente attraverso la via aerea per mezzo di goccioline cariche di bacilli espulse con la tosse dal malato ed inalate da soggetti recettivi. Teoricamente l’infezione aerogena potrebbe avvenire anche con il tramite dell’ambiente, stante che i bacilli tubercolari vi persistono a lungo.
L’infezione con bacilli tubercolari bovini poteva avvenire in passato anche per via alimentare, ma il trattamento termico cui sono sottoposti il latte ed i latticini hanno praticamente escluso questa modalità di trasmissione.
La via di penetrazione attraverso la cute è irrilevante.
L’evoluzione dell’infezione primaria verso la malattia può manifestarsi da 1 a 6 mesi dopo il contagio.
Prevenzione
Gli interventi di prevenzione che danno i migliori risultati sono senza dubbio quelli sociali che agiscono sui fattori di rischio; aumento del reddito, salubrità dei luoghi di lavoro, assicurazioni sociali.
In Italia vi è l’obbligo di notificare tutti i casi di tubercolosi in fase contagiosa (polmonare ed extrapolmonare), al fine di individuare ed inattivare le sorgenti d’infezione, che sono costituite esclusivamente dai malati con forme aperte.
Le persone con tubercolosi polmonare in fase contagiosa devono essere isolate in ambiente ospedaliero fino a negativizzazione dell’esame dell’espettorato, il che si ottiene dopo 4-8 settimane dall’inizio del trattamento chemioterapico specifico.
Data la resistenza del M. tuberculosis, la disinfezione deve essere continua e riguardare essenzialmente l’espettorato e gli effetti personali del malato con particolare riguardo per i fazzoletti. Per la biancheria personale e del letto è sufficiente il lavaggio nelle comuni lavabiancheria. I vestiti, le stoviglie e gli oggetti personali non necessitano di disinfezione.
Per le mani è sufficiente l’accurato lavaggio con acqua e sapone.
L’aerazione dell’ambiente è sufficiente a rimuovere e diluire i bacilli tubercolari.
Tutte le volte che si diagnostica un caso di tubercolosi in fase contagiosa è necessario controllare i familiari ed i contatti per accertare, mediante il test alla tubercolina ed ogni altra indagine che si renda necessaria, se vi è stata trasmissione dell’infezione ad altri soggetti.
Le persone tubercolino-positive che non hanno lesioni polmonari aperte possono frequentare liberamente qualsiasi ambiente comunitario, a maggior ragione se in trattamento chemioprofilattico.
Tutte le volte che si osserva una positività alla tubercolina in un bambino o in un giovane occorre condurre una accurata inchiesta epidemiologica mediante l’effettuazione del test tubercolinico nei componenti della famiglia ed in tutti coloro con cui hanno una frequenza abituale, per scoprire la sorgente dell’infezione, che può trovarsi nell’ambito familiare o nell’ambiente sociale frequentato
Particolare attenzione deve essere rivolta ai sieropositivi per HIV, per la facilità con cui possono andare incontro alla malattia; non appena si accerta la loro condizione, occorre effettuare il test tubercolinico alla Mantoux
Chemioprofilassi antitubercolare
Scopi : ridurre il rischio di infezione e di malattia nei “contatti”, cioè nelle persone recentemente esposte al contagio da parte di un malato con cui hanno avuto contatti prolungati.
La somministrazione quotidiana di isoniazide ai “contatti” ancora negativi al test alla tubercolina è indicata per tre mesi; se però dopo i tre mesi di trattamento, ripetendo il test si osserva un risultato positivo, è necessario protrarre il trattamento per altri nove mesi. Nel caso in cui è accertato che i bacilli tubercolari del malato individuato come sorgente di infezione sono resistenti all’isoniazide, la chemioprofilassi va effettuata con rifampicina somministrata quotidianamente per sei mesi. Per impedire l’evoluzione dell’infezione primaria in malattia nei soggetti tubercolino-positivi, la somministrazione quotidiana di isoniazide per nove mesi è consigliata per tutte le persone tubercolino-positive quando non è possibile stabilire se l’infezione è recente.
La chemioprofilassi non è consigliata nelle persone tubercolino-positive di età superiore a 50 anni (o superiore a 35 anni, secondo alcuni), perché si presume che l’infezione sia di vecchia data e perché i rischi di epatotossicità da isoniazide sarebbero superiori ai rischi di evoluzione in malattia.
La chemioprofilassi è stata dimostrata utile anche per evitare la ripresa delle infezioni quiescenti nelle persone tubercolino-positive con lesioni fibrotiche al lobo polmonare superiore (isoniazide per 6 mesi o 12 mesi, polichemioterapia per 3 mesi).
Vaccinazione
In Italia i provvedimenti di ordine sociale e sanitario si sono dimostrati molto efficaci ed hanno avuto il merito di ridurre la frequenza dell’infezione, della morbosità e della mortalità a livelli non superiori a quelli dei paesi che hanno adottato la vaccinazione di massa.
Vaccino: l’unico vaccino attualmente disponibile è il B.C.G. (Bacillo di Calmette e Guerin), costituito da un ceppo di M. bovis vivo ed attenuato. Esso non protegge dall’infezione ma dalla malattia; ha una buona efficacia protettiva (80% circa) nei riguardi della tubercolosi disseminata e di altre forme gravi di tubercolosi, mentre è meno efficace (50% o meno) per la protezione dalla tubercolosi polmonare
Attualmente, la vaccinazione è obbligatoria nel nostro paese soltanto per:
- neonati e bambini di età inferiore a 5 anni con test tubercolinico negativo
- conviventi o aventi contatti stretti con persone affette da tubercolosi in fase contagiosa
- personale sanitario, studenti in medicina, allievi infermieri e chiunque, con test tubercolinico negativo, operi in ambienti sanitari o in ambienti ad alto rischio
Test alla tubercolina
Il test alla tubercolina serve ad accertare se una persona ha subito l’infezione tubercolare, anche in forma asintomatica; esso è finalizzato a individuare le persone in cui l’infezione latente può evolvere in malattia tubercolare.
Per l’esecuzione del test tubercolinico è raccomandata l’intradermoreazione alla Mantoux, mentre il tine-test, che è stato usato in passato per lo screening in tutti i bambini in età scolare, non è più raccomandato per il suo scarso valore predittivo ed il costo elevato.
L’intradermoreazione alla Mantoux deve essere eseguita:
- immediatamente nei bambini che hanno avuto contatti con persone ammalate di tubercolosi
- ogni anno nei bambini sieropositivi per HIV o conviventi con persone sieropositive per HIV
- ogni 2-3 anni in bambini che vengano frequentemente a contatto con persone sieropositive per HIV, con tossicodipendenti, con persone istituzionalizzate
- all’età di 4-6 anni ed all’età di 11-16 anni nei bambini immigrati da aree con elevata endemia tubercolare o che si rechino frequentemente in tali aree o che vengano frequentemente a contatto con persone provenienti da tali aree
- prima dell’inizio di una terapia immunosoppressiva
L’intradermoreazione alla Mantoux viene effettuata inoculando per via intradermica, sulla faccia volare dell’avambraccio, 0,1 ml di soluzione salina isotonica contenente 5 UT di PPD.
La lettura si effettua dopo 48-72 ore rilevando la comparsa di una zona di indurimento, il cui diametro va misurato trasversalmente rispetto all’asse maggiore dell’avambraccio.
Il test va considerato positivo se il diametro dell’infiltrato è :
- uguale o superiore a 5 mm in un bambino con segni radiologici o clinici di tubercolosi o in un bambino che è stato a stretto contatto con persone con infezione tubercolare, anche solo sospetta
- uguale o superiore a 10 mm in un bambino esposto ai fattori di rischio sopra elencati o in un bambino con immunodeficienza
- uguale o superiore a 15 mm in qualsiasi soggetto di età superiore a 4 anni
Ricerca del M. tuberculosis
La ricerca microscopica e colturale del M. Tuberculosis va eseguita in ogni caso sospetto di infezione tubercolare. Il materiale da esaminare può essere variamente rappresentato, a seconda della sede del processo tubercolare:
- espettorato nella tubercolosi polmonare
- liquor nella meningite tubercolare
- essudato pleurico nella pleurite tubercolare
- urine nella tubercolosi renale
- materiali vari
L’esame microscopico viene eseguito su preparati colorati con il metodo di Ziehl-Neelsen, elettivo per i bacilli acido-alcol-resistenti.
L’osservazione di elementi bastoncellari colorati in rosso non consente una identificazione di ceretezza, ma deve far porre la diagnosi generica di bacilli acido-alcol resistenti riferibili a micobatteri
La ricerca può essere effettuata anche dopo colorazione con auramina-rodamina ed esame con microscopio a fluorescenza
La ricerca colturale rappresenta l’indagine di scelta, in quanto consente sia l’identificazione dello stipite (M. tuberculosis, M.bovis, micobatteri non tubercolari), sia la successiva determinazione della sensibilità ai chemio-antibiotici.
Le colture in terreni solidi richiedono 20-30 o anche 40-45 giorni per dare positività; in caso contrario le colture devono essere mantenute a 37°C almeno fino a 60 giorni prima di dare un definitivo risultato negativo.
In terreni liquidi la positività si può avere dopo 2-6 settimane
Impiego di sonde di DNA consente di ottenere in due ore circa l’identificazione dei micobatteri.
domenica 10 maggio 2009
Neoplasie polmonari e pleuriche
Pubblicato da Ale
I tumori polmonari vanno distinti in primitivi (quando il tessuto d’origine è il parenchima polmonare) e secondari (metastasi di tumori a partenza da un altro organo). Vanno inoltre distinti in benigni (rari) e maligni, la quasi totalità.
- TUMORI BENIGNI: alcuni possono avere una certa potenzialità evolutiva e per quasto vengono definiti a basso grado di malignità. Evolvono molto lentamente recidivano in loco e danno raramente metastasi. Non riconoscono un principale agente eziologico. I principali sono gli adenomi che si presentano come neoformazioni con sede in un bronco principale o lobare, aggettanti nel lume con accrescimento endobronchiale.
- TUMORI MALIGNI: il carcinoma polmonare è la neoplasia toracica più frequente nell’uomo e detiene il record della mortalità. Il numero di nuovi casi continua ad aumentare. Il picco d’incidenza si registra tra la quinta e sesta decade di vita.
Fattori di rischio:
- fumo di sigaretta: anche le consorti di soggetti fumatori presentano un rischio 2-3 volte più elevato di contrarre la malattia
- fattori genetici: spesso sono associate ad anomalie cromosomiche
- fattori occupazionali: gli agenti eziologici possono essere chimici o fisici: radiazioni, catrame, asbesto, nichel,…
- fattori ambientali
- dieta: si è dimostrata una correlazione tra maggior consumo di verdure e minor rischio neoplastico; il contrario è stato dimostrato per i grassi polinsaturi.
I tumori maligni possono essere distinti in
- tumori non a piccole cellule ( NSCLC: non small cell lung cancer):
• CA a cellule squamose
• Adenocarcinoma
• CA a grandi cellule
- microcitomi o tumori a piccole cellule ( indifferenziati a piccole cellule di derivazione neuroendocrina; SCLC).
TUMORI NSCLC
- carcinoma squamoso: caratterizzato da lesioni isolate, rotondeggianti nel contesto del parenchima polmonare o come tumori stenosanti dell’albero bronchiale
- adenocarcinoma: si sviluppa prevalentemente alla periferia del polmone ed è così chiamato per la presenza di strutture simil-ghiandolari. Esistono 4 sottotipi: l’adenocarcinoma acinoso, l’adenocarcinoma papillare, l’adenocarcinoma solido con formazione di muco e il carcinoma bronchioloalveolare.
- Carcinoma a grandi cellule: è caratterizzato dall’espressione di diversi marcatori tra cui la cheratine, l’antigene epiteliale di membrana e il CEA
TUMORI SCLC
Si sviluppano di solito centralmente e si caratterizzano per:
- origine neuroendocrina
- diffusione rapidissima
- breve tempo di raddoppiamento
- risposta critica alla TAC e all’Rx torace.
- Rispondono inizialmente molto bene alla chemioterapia
CLINICA: si manifesta con un ricco quadro sintomatologico che comprende: tosse, emoftoe, dolori, astenia, inappetenza, sindrome di Horner (miosi, ptosi, anidrosi), sindrome mediastinica (disfonia, disfagia, dispnea), nonché un raro corredo di sindromi paraneoplastiche associate (iponatriemia, sindrome di Cushing, acromegalia, sindrome miastenica, encefalite autoimmune,…).
STADIAZIONE: la fase diagnostica e la successiva valutazione dell’estensione della malattia richiedono l’impiego di molti metodi oggi disponibili: Rx torace, esami ematochimici, esame dell’espettorato ed esame bioptico, TAC del torace, scintigrafia polmonare perfusoria e RMN. La certezza della diagnosi dipende dalla quantità di cellule maligne non necrotiche presenti nel campione bioptico.
TERAPIA: le opzioni terapeutiche variano a seconda della stadiazione della neoplasia. La chirurgia rappresenta la modalità terapeutica più efficace in quanto è l’unica che può garantire una buona probabilità di guarigione nel tempo. Tuttavia non può essere praticata in pazienti con malattia già in stadio avanzato per cui si procederà ad altri interventi chemioterapici o radioterapici per la palliazione del dolore.
- MESOTELIOMA PLEURICO MALIGNO: è una neoplasia rara ma la sua incidenza aumenta notevolmente in determinate aree in cui è presente una notevole esposizione all’asbesto. È una neoplasia maligna che origina dalla pleura e tendere ad invadere specificamente le strutture adiacenti.
PATOGENESI: l’asbesto o amianto èun termine commerciale che designa una serie di fibre minerali resistenti al calore e all’attrito. Ha molteplici applicazioni, ma viene utilizzato prevalentemente nel settore cantieristico navale e dell’edilizia per la fabbricazione di materiali ignifughi. Si presenta in due forme:
- a fibre serpentine (asbesto bianco)
- a fibre aghiformi (asbesto marrone), le più aggressive in quanto sono in grado di bucare le cellule dell’epitelio respiratorio e di resistere alla digestione macrofagica.
Le fibre, giunte in fondo all’albero respiratorio, vengono fagocitate dai macrofagi che però non riescono ad eliminarle provocando un’infiammazione e la produzione di radicali liberi. L’asbesto è in grado di catalizzare la formazione di radicale ossidrile altamente reattivo, instabile e tossico che danneggia la parete cellule e in un secondo tempo produce anione superossido.
Il fumo non aumenta il riscio di mesotelioma.
CLINICA: l’esordio è di solito insidioso con modesto deficit respiratorio, dolore toracico, affanno, tosse, dispnea, calo ponderale ed astenia. Il sintomo più penoso si verifica con il progredire della malattia ed è il dolore dovuto all’infiltrazione della parete toracica. La diffusione al polmone è in genere solo locale ma la compromissione funzionale è quasi totale per la compressione della massa tumorale (polmone incarcerato)
TERAPIA: per quel che riguarda l’intervento chirurgico, la resezione deve riguardare la pleura se la lesione è limitata ( pleurectomia con decorticazione) e includere il polmone colpito se non c’è sconfinamento esterno ( pleuropneumonectomia). La radioterapia è efficace per la palliazione del dolore ed è utilizzata come profilassi per impedire la diffusione neoplastica a seguito di interventi diagnostici invasivi. La pleurodesi (unione della pleura parietale al polmone) chimica con talco (talcaggio pleurico) fa parte dei trattamenti palliativi, e si effettua spruzzando in toracoscopia talco sterile nel cavo pleurico.
Circa l’80% dei mesoteliomi è comunque dovuto all’amianto per cui la prevenzione è basata sull’eliminazione totale dell’asbesto presente nei prodotti industria
- TUMORI BENIGNI: alcuni possono avere una certa potenzialità evolutiva e per quasto vengono definiti a basso grado di malignità. Evolvono molto lentamente recidivano in loco e danno raramente metastasi. Non riconoscono un principale agente eziologico. I principali sono gli adenomi che si presentano come neoformazioni con sede in un bronco principale o lobare, aggettanti nel lume con accrescimento endobronchiale.
- TUMORI MALIGNI: il carcinoma polmonare è la neoplasia toracica più frequente nell’uomo e detiene il record della mortalità. Il numero di nuovi casi continua ad aumentare. Il picco d’incidenza si registra tra la quinta e sesta decade di vita.
Fattori di rischio:
- fumo di sigaretta: anche le consorti di soggetti fumatori presentano un rischio 2-3 volte più elevato di contrarre la malattia
- fattori genetici: spesso sono associate ad anomalie cromosomiche
- fattori occupazionali: gli agenti eziologici possono essere chimici o fisici: radiazioni, catrame, asbesto, nichel,…
- fattori ambientali
- dieta: si è dimostrata una correlazione tra maggior consumo di verdure e minor rischio neoplastico; il contrario è stato dimostrato per i grassi polinsaturi.
I tumori maligni possono essere distinti in
- tumori non a piccole cellule ( NSCLC: non small cell lung cancer):
• CA a cellule squamose
• Adenocarcinoma
• CA a grandi cellule
- microcitomi o tumori a piccole cellule ( indifferenziati a piccole cellule di derivazione neuroendocrina; SCLC).
TUMORI NSCLC
- carcinoma squamoso: caratterizzato da lesioni isolate, rotondeggianti nel contesto del parenchima polmonare o come tumori stenosanti dell’albero bronchiale
- adenocarcinoma: si sviluppa prevalentemente alla periferia del polmone ed è così chiamato per la presenza di strutture simil-ghiandolari. Esistono 4 sottotipi: l’adenocarcinoma acinoso, l’adenocarcinoma papillare, l’adenocarcinoma solido con formazione di muco e il carcinoma bronchioloalveolare.
- Carcinoma a grandi cellule: è caratterizzato dall’espressione di diversi marcatori tra cui la cheratine, l’antigene epiteliale di membrana e il CEA
TUMORI SCLC
Si sviluppano di solito centralmente e si caratterizzano per:
- origine neuroendocrina
- diffusione rapidissima
- breve tempo di raddoppiamento
- risposta critica alla TAC e all’Rx torace.
- Rispondono inizialmente molto bene alla chemioterapia
CLINICA: si manifesta con un ricco quadro sintomatologico che comprende: tosse, emoftoe, dolori, astenia, inappetenza, sindrome di Horner (miosi, ptosi, anidrosi), sindrome mediastinica (disfonia, disfagia, dispnea), nonché un raro corredo di sindromi paraneoplastiche associate (iponatriemia, sindrome di Cushing, acromegalia, sindrome miastenica, encefalite autoimmune,…).
STADIAZIONE: la fase diagnostica e la successiva valutazione dell’estensione della malattia richiedono l’impiego di molti metodi oggi disponibili: Rx torace, esami ematochimici, esame dell’espettorato ed esame bioptico, TAC del torace, scintigrafia polmonare perfusoria e RMN. La certezza della diagnosi dipende dalla quantità di cellule maligne non necrotiche presenti nel campione bioptico.
TERAPIA: le opzioni terapeutiche variano a seconda della stadiazione della neoplasia. La chirurgia rappresenta la modalità terapeutica più efficace in quanto è l’unica che può garantire una buona probabilità di guarigione nel tempo. Tuttavia non può essere praticata in pazienti con malattia già in stadio avanzato per cui si procederà ad altri interventi chemioterapici o radioterapici per la palliazione del dolore.
- MESOTELIOMA PLEURICO MALIGNO: è una neoplasia rara ma la sua incidenza aumenta notevolmente in determinate aree in cui è presente una notevole esposizione all’asbesto. È una neoplasia maligna che origina dalla pleura e tendere ad invadere specificamente le strutture adiacenti.
PATOGENESI: l’asbesto o amianto èun termine commerciale che designa una serie di fibre minerali resistenti al calore e all’attrito. Ha molteplici applicazioni, ma viene utilizzato prevalentemente nel settore cantieristico navale e dell’edilizia per la fabbricazione di materiali ignifughi. Si presenta in due forme:
- a fibre serpentine (asbesto bianco)
- a fibre aghiformi (asbesto marrone), le più aggressive in quanto sono in grado di bucare le cellule dell’epitelio respiratorio e di resistere alla digestione macrofagica.
Le fibre, giunte in fondo all’albero respiratorio, vengono fagocitate dai macrofagi che però non riescono ad eliminarle provocando un’infiammazione e la produzione di radicali liberi. L’asbesto è in grado di catalizzare la formazione di radicale ossidrile altamente reattivo, instabile e tossico che danneggia la parete cellule e in un secondo tempo produce anione superossido.
Il fumo non aumenta il riscio di mesotelioma.
CLINICA: l’esordio è di solito insidioso con modesto deficit respiratorio, dolore toracico, affanno, tosse, dispnea, calo ponderale ed astenia. Il sintomo più penoso si verifica con il progredire della malattia ed è il dolore dovuto all’infiltrazione della parete toracica. La diffusione al polmone è in genere solo locale ma la compromissione funzionale è quasi totale per la compressione della massa tumorale (polmone incarcerato)
TERAPIA: per quel che riguarda l’intervento chirurgico, la resezione deve riguardare la pleura se la lesione è limitata ( pleurectomia con decorticazione) e includere il polmone colpito se non c’è sconfinamento esterno ( pleuropneumonectomia). La radioterapia è efficace per la palliazione del dolore ed è utilizzata come profilassi per impedire la diffusione neoplastica a seguito di interventi diagnostici invasivi. La pleurodesi (unione della pleura parietale al polmone) chimica con talco (talcaggio pleurico) fa parte dei trattamenti palliativi, e si effettua spruzzando in toracoscopia talco sterile nel cavo pleurico.
Circa l’80% dei mesoteliomi è comunque dovuto all’amianto per cui la prevenzione è basata sull’eliminazione totale dell’asbesto presente nei prodotti industria
La tubercolosi polmonare
Pubblicato da Ale
In Italia negli anni ’60 la malattia fu quasi del tutto debellata con l’avvento dei farmaci antitubercolari, il miglioramento delle condizioni igieniche e l’intenso sforzo sanitario che ha contribuito a diminuirne l’incidenza. Nonostante ciò, i recenti flussi migratori verso il nostro paese e l’infoltirsi dei viaggi umanitari in paesi in cui è endemica hanno causato la ricomparsa della malattia anche nel nostro paese.
EZIOLOGIA: il Mycobacterium tubercolosis ( varietà Hominis) fu individuato da Koch come responsabile della malattia intorno al 1800.
Il bacillo di Koch è un bacillo a crescita molto lenta e resistente al calore. La sua struttura lo rende alcol-acido resistente, caratteristica che non lo rende colorabile con la comune colorazione di Gram ma per la quale è stata messa a punto una colorazione specifica: la Ziehl Nielsen che li fa apparire di colore rosso su uno sfondo blu.
PATOGENESI: la via di infezione del bacillo è la via aerogena. I fattori individuali di rischio sono:
- la razza (nera)
- terapie immunosoppressive
- malattie concomitanti (silicosi,diabete,…)
- malnutrizione.
La risposta immunitaria è rappresentata dalla risposta cellulo-mediata: la fagocitosi dai bacilli da parte dei macrofagi, l’alaborazione delle componenti antigeniche a seguito della loro processazione, la loro presentazione ai linfociti T, l’attivazione linfocitaria e il successivo “arming” macrofagico. La risposta anticorpale è di scarsa rilevanza. L’evoluzione della malattia è totalmente dipendente dalla variabilità individuale e i quadri clinici sono strettamente dipendenti da questo fattore:
- una elevata resistenza individuale con una ridotta carica batterica causano una distruzione immediata del bacillo e una rapida guarigione.
- A reazione immunologia abnorme (da Ipersensibilità) in risposta ad una carica ridotta consegue la formazione del tubercolo ( o GRANULOMA TUBERCOLARE) caratterizzato da una ridotta necrosi caseosa centrale con macrofagi e cellule epitelioidi giganti circondate da un vallo linfocitario ricco di tessuto connettivo e fibroblasti.
- Se la reazione immunologia massiva si ha in seguito ad ingente carica batterica si può assistere ad un maggiore processo di caseificazione che corrisponde adun ulteriore tentativo da parte dell’organismo di limitare la diffusione batterica. I focolai caseosi possono andare incontro ad un processo di calcificazione.
- Nel caso di bassa risposta immunologia nonostante un’elevata carica batterica si può sviluppare una tubercolosi essudativa o nodulare caratterizzata da un manifestarsi di fenomeni essudativi circostanti con infiltrazione neutrofila. I lipidi e le proteine del "caseum” vengono idrolizzati con svuotamento nelle vie bronchiali,cui può conseguire disseminazione per via broncogena e possibile broncopolmonite tubercolare; possono formarsi inoltre ampie cavità (TISI) nelle quali la moltiplicazione del bacillo di Koch avviene con estrema facilità.
CLINICA: la TBC viene suddivisa in:
• TBC primaria: conseguente al primo contatto con il bacillo. Decorre prevalentemente in forma asintomatica o paucisintomatica (febbricola, astenia,tosse), più raramente si manifesta con sintomi importanti.
La prima infezione scatena una risposta immunitaria efficiente che elimina definitivamente il batterio. Il primo contatto dà origine al complesso primario caratterizzato da alveolite aspecifica, essudazione necrosi caseosa e adenopatia ilare. Nella maggioranza dei casi il complesso primario va incontro a guarigione spontanea senza esiti o con siti calcifici nei quali i micobatteri possono sopravvive e riattivarsi in casi di immunosoppressione
• TBC post-primaria: può essere secondaria a riattivazione endogena o a reinfezione. La sintomatologia presenta: astenia, febbricola, tosse produttiva talora con emoftoe (striature di sangue)
possibile conseguenza alla tubercolosi è la pleurite tubercolare secondaria a rottura del cavo pleurico. Tale fenomeno evoca lo sviluppo di una reazione immunologia di tipo IV o ritardata con infiammazione e compromissione del drenaggio linfatico. La sintomatologia è, in questo caso, aspecifica : febbre, calo ponderale, ecc..
DIAGNOSI:
- intradermoreazione tubercolinica: implica un areazione ritardata di fase IV. La positività valuta l’avvenuto contatto dell’organismo con il bacillo in questione. Non è diagnostico di malattia in atto ma solo di pregressa infezione. Si inocula sottocute una miscela di proteine antigeniche purificate ( reazione di Mantoux) e dopo 48-72 ore si verifica la presenza di eritema, papule, infiltrato o indurimento indicativi della avvenuta sensibilizzazione al bacillo.
- Diagnosi batteriologica: si evidenzia la presenza dell’agente patogeno in determinati campioni biologici (escreato, lavaggio bronchiale, liquido pleurico, urine, feci, ecc…).
- Rx torace
- PCR (polymerase chain reaction) si studia con specifiche sonde il materiale genetico del Mycobacterium
- INF gamma ne valuto la concentrazione per verificare l’attivazione linfiocitaria.
TERAPIA: la terapia farmacologia d’attacco prevede l’utilizzo contemporaneo di 4 farmaci per 2 mesi:
- Isoniazide ( o Idrazide dell’acido isonicotinico)
- Rifampicina
- Etambutolo
- Pirizinamide
La terapia di mantenimento va continuata per i successivi 4 mesi e prevede la combinazione di Isoniazide e Rifampicina.
EZIOLOGIA: il Mycobacterium tubercolosis ( varietà Hominis) fu individuato da Koch come responsabile della malattia intorno al 1800.
Il bacillo di Koch è un bacillo a crescita molto lenta e resistente al calore. La sua struttura lo rende alcol-acido resistente, caratteristica che non lo rende colorabile con la comune colorazione di Gram ma per la quale è stata messa a punto una colorazione specifica: la Ziehl Nielsen che li fa apparire di colore rosso su uno sfondo blu.
PATOGENESI: la via di infezione del bacillo è la via aerogena. I fattori individuali di rischio sono:
- la razza (nera)
- terapie immunosoppressive
- malattie concomitanti (silicosi,diabete,…)
- malnutrizione.
La risposta immunitaria è rappresentata dalla risposta cellulo-mediata: la fagocitosi dai bacilli da parte dei macrofagi, l’alaborazione delle componenti antigeniche a seguito della loro processazione, la loro presentazione ai linfociti T, l’attivazione linfocitaria e il successivo “arming” macrofagico. La risposta anticorpale è di scarsa rilevanza. L’evoluzione della malattia è totalmente dipendente dalla variabilità individuale e i quadri clinici sono strettamente dipendenti da questo fattore:
- una elevata resistenza individuale con una ridotta carica batterica causano una distruzione immediata del bacillo e una rapida guarigione.
- A reazione immunologia abnorme (da Ipersensibilità) in risposta ad una carica ridotta consegue la formazione del tubercolo ( o GRANULOMA TUBERCOLARE) caratterizzato da una ridotta necrosi caseosa centrale con macrofagi e cellule epitelioidi giganti circondate da un vallo linfocitario ricco di tessuto connettivo e fibroblasti.
- Se la reazione immunologia massiva si ha in seguito ad ingente carica batterica si può assistere ad un maggiore processo di caseificazione che corrisponde adun ulteriore tentativo da parte dell’organismo di limitare la diffusione batterica. I focolai caseosi possono andare incontro ad un processo di calcificazione.
- Nel caso di bassa risposta immunologia nonostante un’elevata carica batterica si può sviluppare una tubercolosi essudativa o nodulare caratterizzata da un manifestarsi di fenomeni essudativi circostanti con infiltrazione neutrofila. I lipidi e le proteine del "caseum” vengono idrolizzati con svuotamento nelle vie bronchiali,cui può conseguire disseminazione per via broncogena e possibile broncopolmonite tubercolare; possono formarsi inoltre ampie cavità (TISI) nelle quali la moltiplicazione del bacillo di Koch avviene con estrema facilità.
CLINICA: la TBC viene suddivisa in:
• TBC primaria: conseguente al primo contatto con il bacillo. Decorre prevalentemente in forma asintomatica o paucisintomatica (febbricola, astenia,tosse), più raramente si manifesta con sintomi importanti.
La prima infezione scatena una risposta immunitaria efficiente che elimina definitivamente il batterio. Il primo contatto dà origine al complesso primario caratterizzato da alveolite aspecifica, essudazione necrosi caseosa e adenopatia ilare. Nella maggioranza dei casi il complesso primario va incontro a guarigione spontanea senza esiti o con siti calcifici nei quali i micobatteri possono sopravvive e riattivarsi in casi di immunosoppressione
• TBC post-primaria: può essere secondaria a riattivazione endogena o a reinfezione. La sintomatologia presenta: astenia, febbricola, tosse produttiva talora con emoftoe (striature di sangue)
possibile conseguenza alla tubercolosi è la pleurite tubercolare secondaria a rottura del cavo pleurico. Tale fenomeno evoca lo sviluppo di una reazione immunologia di tipo IV o ritardata con infiammazione e compromissione del drenaggio linfatico. La sintomatologia è, in questo caso, aspecifica : febbre, calo ponderale, ecc..
DIAGNOSI:
- intradermoreazione tubercolinica: implica un areazione ritardata di fase IV. La positività valuta l’avvenuto contatto dell’organismo con il bacillo in questione. Non è diagnostico di malattia in atto ma solo di pregressa infezione. Si inocula sottocute una miscela di proteine antigeniche purificate ( reazione di Mantoux) e dopo 48-72 ore si verifica la presenza di eritema, papule, infiltrato o indurimento indicativi della avvenuta sensibilizzazione al bacillo.
- Diagnosi batteriologica: si evidenzia la presenza dell’agente patogeno in determinati campioni biologici (escreato, lavaggio bronchiale, liquido pleurico, urine, feci, ecc…).
- Rx torace
- PCR (polymerase chain reaction) si studia con specifiche sonde il materiale genetico del Mycobacterium
- INF gamma ne valuto la concentrazione per verificare l’attivazione linfiocitaria.
TERAPIA: la terapia farmacologia d’attacco prevede l’utilizzo contemporaneo di 4 farmaci per 2 mesi:
- Isoniazide ( o Idrazide dell’acido isonicotinico)
- Rifampicina
- Etambutolo
- Pirizinamide
La terapia di mantenimento va continuata per i successivi 4 mesi e prevede la combinazione di Isoniazide e Rifampicina.
BPCO La broncopneumopatia cronica ostruttiva
Pubblicato da Ale
“E’ una condizione clinica eterogenea e complessa, caratterizzata da diffusa limitazione al flusso aereo espiratorio, irreversibile o scarsamente reversibile, lentamente progressiva nel corso degli anni, associata a bronchite cronica ed enfisema in varia misura coesistenti”.
E’ evidente che la bronchite cronica e l’enfisema rappresentano due aspetti fondamentali di tale condizione clinica.
La bronchite cronica è universalmente definita come una condizione caratterizzata da tosse con espettorazione per almeno 3 mesi all’anno e per 2 anni consecutivi non attribuibile ad altra patologia polmonare o cardiaca. Con il termine enfisema invece si definisce l’aumento permanente del contenuto aereo a valle dei bronchioli terminali con distruzione dei setti intralveolari, senza fibrosi.
EZIOLOGIA: non esiste un’unica teoria che possa spiegare l’insorgere di tale condizione clinica tuttavia si sono chiaramente dimostrati di notevole importanza, quali possibili agenti predisponenti, numerosi fattori individuali e ambientali. Al primo posto come fattore di rischio c’è certamente il fumo di tabacco imputato di far ammalare di BPCO il 20% dei fumatori esenti da fattori protettivi. Da non dimenticare sono comunque gli inalanti professionali ed urbani e le polveri organiche irritanti. Per quel che riguarda i fattori legati all’ospite, un chiaro ruolo eziologico è da attribuire al deficit di ά1-antitripsina (che tempona gli effetti dell’infiammazione neutrofila scindendo le proteasi prodotte) nonché pregresse infezioni respiratorie.a questo proposito sono nate diverse teorie patogenetiche :
- Teoria anglossassone prende in considerazione come specifico agente eziologico le ripetute infezioni e irritazioni respiratorie.
- Teoria olandese: afferma che la predisposizione genetica (deficit di antitripsina) connessa a una maggiore suscettibilità a bronchi iperattivi giochi un ruolo chiave nel perpetuarsi dell’infiammazione.
- Teoria unitaria: entrambe le teorie sopra citate concorrono allo sbilanciamento tra sistema che produca sostanze ossidanti esd enzimi lisanti (proteasi) e sistema che produca sostanze che li inibiscono (antiproteasi)
Nonostante questo si è concordi nell’affermare che tale condizione diventa più pronunciata con l’avanzare dell’atà e che non esiste terapia efficace nel combatterla; l’unico mezzo è la sospensione dell’abuso di tabacco.
PATOGENESI: la malattia si instaura come una semplice ipersecrezione mucosa ma evolve via via all’ostruzione delle piccole vie con ostacolo al flusso espiratorio fino alla distruzione dei setti e all’enfisema.
Nella bronchite cronica il meccanismo principale è l’iperproduzione di muco con riduzione della clearance ciliare che finisce per favorire le sovrainfezioni e l’aggravamento del quadro. Si squilibra in questo modo il rapporto ventilazione/per fusione con conseguente ipossemia (riduzione della concentrazione plasmatica di ossigeno) dapprima lieve e via via sempre più ingravescente. La distruzione dei setti induce riduzione della superficie di scambio e riduzione del ritorno elastico del polmone. A questo livello interviene anche il danno alle arterie polmonari che si comprimono e riducono il loro calibro a seguito dell’ipossemia, condizione che conduce ad ipertensione polmonare e cuore polmonare (dilatazione ventricolo destro) cronico.
L’ipossemia induce maggiore produzione di eritropoietina a livello renale con conseguente poliglobulia che aggrava la cianosi (aumento dei livelli plasmatici di emoglobina ridotta) e aumenta la viscosità ematica. Questo circolo vizioso conduce ad insufficienza respiratoria dapprima ipossica poi ipossica- ipercapnica (aumento della concentrazione plasmatici di anidride carbonica) fino all’acidosi polmonare e al cuore polmonare cronico.
CLINICA: i sintomi più frequenti sono:
- tosse cronica principalmente al mattino e spesso produttiva
- dispnea (difficoltà alla respirazione) inizialmente solo sotto sforzo in seguito anche a riposo
- ipossemia e cianosi (colorazione bluastra di cute e mucose) e successivamente ipercapnia
- cuore polmonare ed edemi declivi
Si può evidenziare un’espirazione prolungata la labbra socchiuse nonché presenza di respiro sibilante. Con il progredire dell’ostruzione appare evidente un aumento del diametro antero-posteriore del torace (torace a botte tipico dell’enfisematoso) e un aumento dell’escreato che assume carattere francamente purulento nel caso di sovrainfezione batterica.
L’enfisema può essere distinto in :
- enfisema centrolobulare: conseguenza di un processo patologico a carico del bronco che drena quegli alveoli in cui sono frequenti cianosi, cuore polmonare edemi e per questo gli specialisti inglesi coniarono il termine di blue bloater (gonfio blu) per identificare questi pazienti
- enfisema panacinoso o panlobulare in cui è assente la cianosi a prezzo di una dispnea evidente. Questi pazienti sono chamati pink puffer (soffiatore rosa ).
L’eccessiva limitazione al flusso in questi due casi è diminuita a seguito di diverse condizioni:
- se l’enfisema è di tipo centrolobulare l’aumento della produzione di muco fa aumentare le resistenze nelle vie aeree con conseguente bronchite.
- Se l’enfisema è del tipo panlobulare non si ha bronchite ma si ha distruzione alveolare riduzione del tessuto elastico con mancata riparazione fibrotica per ridotta sintesi di collageno.
DIAGNOSI:
- Spirometria: per valutare la presenza di ostruzione bronchiale, la valutazione di volumi polmonari e per valutare la stadiazione della malattia.
- EGA (emogasanalisi)
- Rx torace
- Esame batteriologico dell’escreato
- TAC
TERAPIA: la sospensione del fumo è il trattamento più efficace. La terapia farmacologia di fondoè l’uso di farmaci broncodilatatori. In casi particolari può essere proposta la ventilazione meccanica.
E’ evidente che la bronchite cronica e l’enfisema rappresentano due aspetti fondamentali di tale condizione clinica.
La bronchite cronica è universalmente definita come una condizione caratterizzata da tosse con espettorazione per almeno 3 mesi all’anno e per 2 anni consecutivi non attribuibile ad altra patologia polmonare o cardiaca. Con il termine enfisema invece si definisce l’aumento permanente del contenuto aereo a valle dei bronchioli terminali con distruzione dei setti intralveolari, senza fibrosi.
EZIOLOGIA: non esiste un’unica teoria che possa spiegare l’insorgere di tale condizione clinica tuttavia si sono chiaramente dimostrati di notevole importanza, quali possibili agenti predisponenti, numerosi fattori individuali e ambientali. Al primo posto come fattore di rischio c’è certamente il fumo di tabacco imputato di far ammalare di BPCO il 20% dei fumatori esenti da fattori protettivi. Da non dimenticare sono comunque gli inalanti professionali ed urbani e le polveri organiche irritanti. Per quel che riguarda i fattori legati all’ospite, un chiaro ruolo eziologico è da attribuire al deficit di ά1-antitripsina (che tempona gli effetti dell’infiammazione neutrofila scindendo le proteasi prodotte) nonché pregresse infezioni respiratorie.a questo proposito sono nate diverse teorie patogenetiche :
- Teoria anglossassone prende in considerazione come specifico agente eziologico le ripetute infezioni e irritazioni respiratorie.
- Teoria olandese: afferma che la predisposizione genetica (deficit di antitripsina) connessa a una maggiore suscettibilità a bronchi iperattivi giochi un ruolo chiave nel perpetuarsi dell’infiammazione.
- Teoria unitaria: entrambe le teorie sopra citate concorrono allo sbilanciamento tra sistema che produca sostanze ossidanti esd enzimi lisanti (proteasi) e sistema che produca sostanze che li inibiscono (antiproteasi)
Nonostante questo si è concordi nell’affermare che tale condizione diventa più pronunciata con l’avanzare dell’atà e che non esiste terapia efficace nel combatterla; l’unico mezzo è la sospensione dell’abuso di tabacco.
PATOGENESI: la malattia si instaura come una semplice ipersecrezione mucosa ma evolve via via all’ostruzione delle piccole vie con ostacolo al flusso espiratorio fino alla distruzione dei setti e all’enfisema.
Nella bronchite cronica il meccanismo principale è l’iperproduzione di muco con riduzione della clearance ciliare che finisce per favorire le sovrainfezioni e l’aggravamento del quadro. Si squilibra in questo modo il rapporto ventilazione/per fusione con conseguente ipossemia (riduzione della concentrazione plasmatica di ossigeno) dapprima lieve e via via sempre più ingravescente. La distruzione dei setti induce riduzione della superficie di scambio e riduzione del ritorno elastico del polmone. A questo livello interviene anche il danno alle arterie polmonari che si comprimono e riducono il loro calibro a seguito dell’ipossemia, condizione che conduce ad ipertensione polmonare e cuore polmonare (dilatazione ventricolo destro) cronico.
L’ipossemia induce maggiore produzione di eritropoietina a livello renale con conseguente poliglobulia che aggrava la cianosi (aumento dei livelli plasmatici di emoglobina ridotta) e aumenta la viscosità ematica. Questo circolo vizioso conduce ad insufficienza respiratoria dapprima ipossica poi ipossica- ipercapnica (aumento della concentrazione plasmatici di anidride carbonica) fino all’acidosi polmonare e al cuore polmonare cronico.
CLINICA: i sintomi più frequenti sono:
- tosse cronica principalmente al mattino e spesso produttiva
- dispnea (difficoltà alla respirazione) inizialmente solo sotto sforzo in seguito anche a riposo
- ipossemia e cianosi (colorazione bluastra di cute e mucose) e successivamente ipercapnia
- cuore polmonare ed edemi declivi
Si può evidenziare un’espirazione prolungata la labbra socchiuse nonché presenza di respiro sibilante. Con il progredire dell’ostruzione appare evidente un aumento del diametro antero-posteriore del torace (torace a botte tipico dell’enfisematoso) e un aumento dell’escreato che assume carattere francamente purulento nel caso di sovrainfezione batterica.
L’enfisema può essere distinto in :
- enfisema centrolobulare: conseguenza di un processo patologico a carico del bronco che drena quegli alveoli in cui sono frequenti cianosi, cuore polmonare edemi e per questo gli specialisti inglesi coniarono il termine di blue bloater (gonfio blu) per identificare questi pazienti
- enfisema panacinoso o panlobulare in cui è assente la cianosi a prezzo di una dispnea evidente. Questi pazienti sono chamati pink puffer (soffiatore rosa ).
L’eccessiva limitazione al flusso in questi due casi è diminuita a seguito di diverse condizioni:
- se l’enfisema è di tipo centrolobulare l’aumento della produzione di muco fa aumentare le resistenze nelle vie aeree con conseguente bronchite.
- Se l’enfisema è del tipo panlobulare non si ha bronchite ma si ha distruzione alveolare riduzione del tessuto elastico con mancata riparazione fibrotica per ridotta sintesi di collageno.
DIAGNOSI:
- Spirometria: per valutare la presenza di ostruzione bronchiale, la valutazione di volumi polmonari e per valutare la stadiazione della malattia.
- EGA (emogasanalisi)
- Rx torace
- Esame batteriologico dell’escreato
- TAC
TERAPIA: la sospensione del fumo è il trattamento più efficace. La terapia farmacologia di fondoè l’uso di farmaci broncodilatatori. In casi particolari può essere proposta la ventilazione meccanica.
ARDS Sindrome da distress respiratorio dell’adulto
Pubblicato da Ale
Si definisce ARDS una condizione clinica acuta e progressiva con grave dispnea, ipossemia arteriosa refrattaria alla somministrazione di ossigeno, ridotta compliance polmonare ed evidenza radiografica di infiltrati polmonari bilaterali (edema). È chiamata malattia delle membrane ialine nel bambino. Si manifesta clinicamente entro 72 ore dall’insorgenza della causa scatenante. La prognosi è spesso infausta.
PATOGENESI: si esprime con una lesione diffusa dell’endotelio capillare polmonare e non ha un’unica eziologia. È un processo infiammatorio acuto diffuso caratterizzato dall’attivazione sistemica dei neutrofili circolanti che aderiscono all’endotelio dei capillari danneggiandolo a seguito del rilascio del contenuto proteolitico dei loro granuli. Analoga azione lesiva è esplicata da prodotti di degradazione della fibrina, che costituisce il materiale trombotico presente nel letto vascolare polmonare in questa condizione. L’evento finale comune è il danno diffuso all’endotelio.
FISIOPATOLOGIA: la compromissione degli scambi gassosi si può ricondurre a tre meccanismi:
- alterazione del rapporto ventilazione/perfusione
- shunt artero-venoso
- compromissione della diffusione alveolo-capillare
La precoce raccolta di liquido in alveolo provoca shunt nelle unità respiratorie perfuse ma non ventilate: in fase acuta si osserva una distribuzione bimodale del rapporto ventilazione/perfusione mentre nella fase tardiva della fibrosi, la compromissione della diffusione alveolo-capillare gioca un ruolo importante nel mantenere l’ipossemia.
La riduzione della distensibilità polmonare è causata dall’edema interstiziale ed alveolare e dalla depressione del surfactante, in grado di ridurre la tensione superficiale, che favorisce così il collasso alveolare e lo sviluppo di forze idrostatiche le quali richiamano ulteriori liquidi nello spazio alveolare. L’ipertensione polmonare è così dovuta a:
- trombosi intravascolare
- distruzione del letto vascolare capillare
- vasocostrizione ipossica riflessa per compensare lo squilibrio tra ventilazione e perfusione
Se questo circolo vizioso non viene sospeso si hanno ripercussioni a livello cardiaco con dilatazione e scompenso.
CLINICA: la sintomatologia varia in rapporto alle fasi di malattia:
- fase prodromica caratterizzata da polipnea ed ipossemia ingravescente
- fase dell’edema in cui si distinguono tachipnea, agitazione, cianosi, rantoli a medie e piccole bolle
- fase intermedia in cui i sintomi si attenuano e si riduce l’ipossemia
- evoluzione: possibile restituito ad integrum ma spesso si ha fibrosi interstiziale diffusa e insufficienza respiratoria cronica.
DIAGNOSI: si includono:
- identificazione fattori di rischio
- dispnea e tachipnea
- evidenza Rx di infiltrati polmonari diffusi bilaterali
- ipossemia arteriosa
- ridotta compliance
- tac
TERAPIA: le finalità principali sono il ripristino dell’ossigenazione arteriosa (ventilazione meccanica), il controllo del bilancio dei liquidi , la riduzione dell’infiammazione (steroidi ad alte dosi) e la riduzione dell’ipertensione polmonare (ossido nitrico e prostacicline).
PATOGENESI: si esprime con una lesione diffusa dell’endotelio capillare polmonare e non ha un’unica eziologia. È un processo infiammatorio acuto diffuso caratterizzato dall’attivazione sistemica dei neutrofili circolanti che aderiscono all’endotelio dei capillari danneggiandolo a seguito del rilascio del contenuto proteolitico dei loro granuli. Analoga azione lesiva è esplicata da prodotti di degradazione della fibrina, che costituisce il materiale trombotico presente nel letto vascolare polmonare in questa condizione. L’evento finale comune è il danno diffuso all’endotelio.
FISIOPATOLOGIA: la compromissione degli scambi gassosi si può ricondurre a tre meccanismi:
- alterazione del rapporto ventilazione/perfusione
- shunt artero-venoso
- compromissione della diffusione alveolo-capillare
La precoce raccolta di liquido in alveolo provoca shunt nelle unità respiratorie perfuse ma non ventilate: in fase acuta si osserva una distribuzione bimodale del rapporto ventilazione/perfusione mentre nella fase tardiva della fibrosi, la compromissione della diffusione alveolo-capillare gioca un ruolo importante nel mantenere l’ipossemia.
La riduzione della distensibilità polmonare è causata dall’edema interstiziale ed alveolare e dalla depressione del surfactante, in grado di ridurre la tensione superficiale, che favorisce così il collasso alveolare e lo sviluppo di forze idrostatiche le quali richiamano ulteriori liquidi nello spazio alveolare. L’ipertensione polmonare è così dovuta a:
- trombosi intravascolare
- distruzione del letto vascolare capillare
- vasocostrizione ipossica riflessa per compensare lo squilibrio tra ventilazione e perfusione
Se questo circolo vizioso non viene sospeso si hanno ripercussioni a livello cardiaco con dilatazione e scompenso.
CLINICA: la sintomatologia varia in rapporto alle fasi di malattia:
- fase prodromica caratterizzata da polipnea ed ipossemia ingravescente
- fase dell’edema in cui si distinguono tachipnea, agitazione, cianosi, rantoli a medie e piccole bolle
- fase intermedia in cui i sintomi si attenuano e si riduce l’ipossemia
- evoluzione: possibile restituito ad integrum ma spesso si ha fibrosi interstiziale diffusa e insufficienza respiratoria cronica.
DIAGNOSI: si includono:
- identificazione fattori di rischio
- dispnea e tachipnea
- evidenza Rx di infiltrati polmonari diffusi bilaterali
- ipossemia arteriosa
- ridotta compliance
- tac
TERAPIA: le finalità principali sono il ripristino dell’ossigenazione arteriosa (ventilazione meccanica), il controllo del bilancio dei liquidi , la riduzione dell’infiammazione (steroidi ad alte dosi) e la riduzione dell’ipertensione polmonare (ossido nitrico e prostacicline).
AAE Polmoniti da ipersensibilità o Alveoliti allergiche estrinseche
Pubblicato da Ale
Le alveoliti allergiche estrinseche definiscono un quadro clinico che comprende febbre, tosse e broncospasmo dovute ad inalazione di proteine di origine organica o chimica.
Tali sostanze scatenano un processo flogistico, in determinati soggetti predisposti, caratterizzato da reazioni immunologiche di ipersensibilità di tipo 3 e 4. La malattia paradigmatica più conosciuta è “il polmone del contadino” chiamato così perche l’antigene s’è riconosciuto essere negli Actinomiceti termofili tra cui la Microspora Faeni (fieno).
PATOGENESI: la produzione di IgG ed IgA verso gli antigeni inalati, da parte del soggetto predisposto, dà il via alla formazione di immunocomplessi che attivano il Complemento e richiamano cellule infiammatorie (reazione di ipersensibilità di tipo 3). La reazione di tipo 4 mantiene ed amplifica il processo: vi è presentazione da parte delle APC dell’antigene ai linfociti T che si attivano e secernono citochine proinfiammatorie e chemiotattiche (IL2, IL6, IL1, IL8,….). La reazione conduce alla formazione di granulomi e se dura nel tempo produce un danno anatomico dovuto alla distruzione dei setti, delle fibre elastiche e alla deposizione di collagene (fibrosi).
CLINICA: il quadro è ricco e mima la comune polmonite batterica: febbre, malessere, astenia, tosse, dispnea. Un’inalazione massiva dell’antigene può provocare veri e propri attacchi asmatici. Quando l’esposizione cessa il quadro si risolve rapidamente, al contrario se l’esposizione è prolungata il processo infiammatorio diventa cronico e si assiste ad un dispnea a riposo, febbricola persistente, crisi broncospastiche ricorrenti fino all’insufficienza respiratoria con cianosi.
DIAGNOSI:
- anamnesi
- Rx torace: si rileva un aumento della trama interstiziale
- Lavaggio bronco-alveolare: si valuta una riduzione del rapporto CD4/CD8 e una riduzione dei macrofagi
TERAPIA: l’unica terapia efficace è l’allontanamento della fonte di esposizione antigenica. In caso di attacco acuto si somministrano steroidi e ossigeno.
Tali sostanze scatenano un processo flogistico, in determinati soggetti predisposti, caratterizzato da reazioni immunologiche di ipersensibilità di tipo 3 e 4. La malattia paradigmatica più conosciuta è “il polmone del contadino” chiamato così perche l’antigene s’è riconosciuto essere negli Actinomiceti termofili tra cui la Microspora Faeni (fieno).
PATOGENESI: la produzione di IgG ed IgA verso gli antigeni inalati, da parte del soggetto predisposto, dà il via alla formazione di immunocomplessi che attivano il Complemento e richiamano cellule infiammatorie (reazione di ipersensibilità di tipo 3). La reazione di tipo 4 mantiene ed amplifica il processo: vi è presentazione da parte delle APC dell’antigene ai linfociti T che si attivano e secernono citochine proinfiammatorie e chemiotattiche (IL2, IL6, IL1, IL8,….). La reazione conduce alla formazione di granulomi e se dura nel tempo produce un danno anatomico dovuto alla distruzione dei setti, delle fibre elastiche e alla deposizione di collagene (fibrosi).
CLINICA: il quadro è ricco e mima la comune polmonite batterica: febbre, malessere, astenia, tosse, dispnea. Un’inalazione massiva dell’antigene può provocare veri e propri attacchi asmatici. Quando l’esposizione cessa il quadro si risolve rapidamente, al contrario se l’esposizione è prolungata il processo infiammatorio diventa cronico e si assiste ad un dispnea a riposo, febbricola persistente, crisi broncospastiche ricorrenti fino all’insufficienza respiratoria con cianosi.
DIAGNOSI:
- anamnesi
- Rx torace: si rileva un aumento della trama interstiziale
- Lavaggio bronco-alveolare: si valuta una riduzione del rapporto CD4/CD8 e una riduzione dei macrofagi
TERAPIA: l’unica terapia efficace è l’allontanamento della fonte di esposizione antigenica. In caso di attacco acuto si somministrano steroidi e ossigeno.
L'asma bronchiale
Pubblicato da Ale
E’ una malattia infiammatoria delle vie aeree che causa, in soggetti predisposti, episodi ricorrenti di respiro sibilante, respiro corto, costrizione toracica e tosse, particolarmente di notte e al primo mattino. Questi episodi sono spesso associati ad un’ostruzione bronchiale diffusa, anche se variabile di intensità, che spesso è reversibile sia spontaneamente che dopo trattamento. L’infiammazione causa anche un incremento dell’iperreattività bronchiale ad una varietà di stimoli. I celebri attacchi asmatici sono caratterizzati da broncospasmo che, se persiste senza periodi di remissione, può evolvere in male asmatico.
EZIOLOGIA: la malattia è in costante aumento specie nelle nazioni ad alto tenore di vita. Colpisce prevalentemente il sesso maschile in una fascia d’età compresa tra i 6 e i 14 anni ed ha un’eziologia prevalentemente allergica sostenuta da una reazione IgE-mediata. Gli allergeni frequentemente responsabili degli episodi asmatici sono:
- dermatofagoidi ( i comuni acari della polvere)
- pollini ( parietaria, graminacee, betulla, ….)
- animali (cani, gatti)
Esistono inoltre forme di asma professionale da sostanze inorganiche o farmaci (aspirina). In corso di scompenso cardiaco si possono verificare crisi di broncospasmo dovute all’inibizione dell’interstizio: il fenomeno viene definito dispnea parossistica notturna (comunemente nominato asma cardiaco).
PATOGENESI: la principale caratteristica di tale malattia è l’iperreattività bronchiale dovuta ad un’abnorme risposta spasmogena della muscolatura liscia delle vie aeree conseguente ad una serie di stimoli irritativi. Il grado di risposta è influenzato da diversi fattori sia endogeni che esogeni. I principali meccanismi patogenetici sono:
- squilibrio della regolazione nervosa della motilità bronchiale
- alterazioni della sintesi dell’acido arachidonico
- aumentata degranulazione mastocitaria
- alterazione della parete bronchiale a seguito del processo flogistico
I fattori scatenanti e aggravanti sono molteplici: si passa da una base genetica allo stile di vita passando dalla produzione di numerose citochine che stimolano la secrezione di muco ed esasperano l’iperreattività bronchiale aspecifica.
Nell’asma allergica, il fattore scatenante è il contatto con dell’allergene con le specifiche IgE adese ai mastociti che rilasciano istamina e sostante chemiotattiche che richiamano in situ linfociti ed eosinofili.
CLINICA: l’esordio asmatico può essere preceduto da rinite, congiuntivite e i classici sintomi tipici dell’allergia. L’attacco asmatico è caratterizzato prevalentemente de: dispnea, tosse e respiro sibilante. La tosse si presenta inizialmente secca e stizzosa per poi acquisire caratteristiche produttive; la dispnea è prevalentemente espiratoria e presenta fischi e sibili diffusi. L’asma può essere classificata in 4 stadi:
- lieve intermittente
- lieve persistente
- moderata
- grave
può infine evolvere nel male asmatico dove compaiono ipossemia, ipercapnia, acidosi respiratoria, e quindi insufficienza respiratoria acuta fino alla morte.
TERAPIA: i farmaci di fondo sono gli steroidi e in caso di attacco acuto vanno somministrati broncodiltatori inalatori.
NOTE: studi recenti hanno dimostrato un’aumento della probabilità di sviluppare asma in soggetti affetti da rinite allergica.
EZIOLOGIA: la malattia è in costante aumento specie nelle nazioni ad alto tenore di vita. Colpisce prevalentemente il sesso maschile in una fascia d’età compresa tra i 6 e i 14 anni ed ha un’eziologia prevalentemente allergica sostenuta da una reazione IgE-mediata. Gli allergeni frequentemente responsabili degli episodi asmatici sono:
- dermatofagoidi ( i comuni acari della polvere)
- pollini ( parietaria, graminacee, betulla, ….)
- animali (cani, gatti)
Esistono inoltre forme di asma professionale da sostanze inorganiche o farmaci (aspirina). In corso di scompenso cardiaco si possono verificare crisi di broncospasmo dovute all’inibizione dell’interstizio: il fenomeno viene definito dispnea parossistica notturna (comunemente nominato asma cardiaco).
PATOGENESI: la principale caratteristica di tale malattia è l’iperreattività bronchiale dovuta ad un’abnorme risposta spasmogena della muscolatura liscia delle vie aeree conseguente ad una serie di stimoli irritativi. Il grado di risposta è influenzato da diversi fattori sia endogeni che esogeni. I principali meccanismi patogenetici sono:
- squilibrio della regolazione nervosa della motilità bronchiale
- alterazioni della sintesi dell’acido arachidonico
- aumentata degranulazione mastocitaria
- alterazione della parete bronchiale a seguito del processo flogistico
I fattori scatenanti e aggravanti sono molteplici: si passa da una base genetica allo stile di vita passando dalla produzione di numerose citochine che stimolano la secrezione di muco ed esasperano l’iperreattività bronchiale aspecifica.
Nell’asma allergica, il fattore scatenante è il contatto con dell’allergene con le specifiche IgE adese ai mastociti che rilasciano istamina e sostante chemiotattiche che richiamano in situ linfociti ed eosinofili.
CLINICA: l’esordio asmatico può essere preceduto da rinite, congiuntivite e i classici sintomi tipici dell’allergia. L’attacco asmatico è caratterizzato prevalentemente de: dispnea, tosse e respiro sibilante. La tosse si presenta inizialmente secca e stizzosa per poi acquisire caratteristiche produttive; la dispnea è prevalentemente espiratoria e presenta fischi e sibili diffusi. L’asma può essere classificata in 4 stadi:
- lieve intermittente
- lieve persistente
- moderata
- grave
può infine evolvere nel male asmatico dove compaiono ipossemia, ipercapnia, acidosi respiratoria, e quindi insufficienza respiratoria acuta fino alla morte.
TERAPIA: i farmaci di fondo sono gli steroidi e in caso di attacco acuto vanno somministrati broncodiltatori inalatori.
NOTE: studi recenti hanno dimostrato un’aumento della probabilità di sviluppare asma in soggetti affetti da rinite allergica.
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